La provinciale n. 66, nota ai riolesi come “Su cammĩu mannu”, è la principale via di accesso al Sinis di Riola: da essa si diramano i percorsi che consentono di raggiungere le diverse località del territorio riolese, come su cammĩu de Pruĩsi, su cammĩu de Funt’Arrizòĩsi, su cammĩu de Oru ‘e Simbua, su cammĩu de Matta ‘e Isterri, e altri ancora.
"Su cammĩu mannu” ha inizio poco dopo il ponte di Riola, percorrendo per alcune centinaia di metri la strada statale 292 in direzione Cuglieri, per poi svoltare a sinistra sulla nuova rotatoria.
La strada attraversa il territorio di Riola per circa dodici chilometri, fino a raggiungere la località di “Su Cuccuru Mannu” dove si trovano le cave d’arenaria oggi dismesse, nelle quali è stato realizzato il “Parco dei suoni e della musica”.
Non lontano, la roccia di “Sa punta ‘e s’ancòdia” segna il punto più occidentale del territorio riolese, costituendo il limite costiero con il comune di San Vero Milis (1) . Le alte falesie di "Sa Roia 'e Su Cantaru", invece, delimitano il confine con il comune di Cabras.
La strada attraversa il territorio di Riola per circa dodici chilometri, fino a raggiungere la località di “Su Cuccuru Mannu” dove si trovano le cave d’arenaria oggi dismesse, nelle quali è stato realizzato il “Parco dei suoni e della musica”.
Non lontano, la roccia di “Sa punta ‘e s’ancòdia” segna il punto più occidentale del territorio riolese, costituendo il limite costiero con il comune di San Vero Milis (1) . Le alte falesie di "Sa Roia 'e Su Cantaru", invece, delimitano il confine con il comune di Cabras.
In passato percorrere questa strada – allora poco più di una pista polverosa, sconnessa e disseminata di buche – significava intraprendere un viaggio avventuroso, immersi in un paesaggio vario, ricco di colori e profumi, popolato da una sorprendente varietà di animali e uccelli.
Il geografo e naturalista Alberto Ferrero Della Marmora, viaggiatore e profondo conoscitore della Sardegna dell’Ottocento, nel volume “Itinerario dell’isola di Sardegna” (pubblicato nel 1860) descrive così il Sinis:
“La parte più rilevante del Sinis è però incolta, per cui è uno dei luoghi dell’Isola più adatti alla caccia al volo. Lungo la riva occidentale del grande stagno di Cabras, fin dopo Riola, ci sono paludi e zone umide, in cui abbonda la selvaggina: beccacce, beccaccini, anatre, gallinelle d’acqua, pivieri ecc. La regione montuosa del Sinis è popolata da una grande quantità di pernici oltre che di quaglie, che qui si fermano per tutto l’anno, mentre la pianura secca è la dimora principale della piccola otarda; perciò segnalo questa zona agli amanti della caccia al volo”.
Fino alla metà del secolo scorso, i riolesi percorrevano quotidianamente le strade e i sentieri del Sinis, con carri e carrette o più semplicemente a piedi, per raggiungere “su sattu: i campi da lavorare, i pascoli del bestiame e le vaste distese ricoperte di macchia mediterranea (lentischi, ginepri, cisti, palme nane, ecc.) dove si svolgevano numerose attività fondamentali per il sostentamento familiare. Si cacciavano conigli, lepri, pernici o cinghiali; si raccoglievano legna e fascine ricavati dagli arbusti della macchia; si andava in cerca di lumache e di altre risorse che la natura offriva in abbondanza..
[“In quelle strade polverose
si passava in carretta rientrando dal mare dalla gita domenicale. Ricordo che le donne, per non sporcarsi nuovamente
(al mare ne approfittavano per
lavarsi, utilizzando al posto del sapone “su tabatzu”, ossia un pezzetto di
tegola, come fosse una pietra pomice), si coprivano dalla testa ai piedi con
gonne e lenzuola.
Arrivando all'altezza di Mont'e Palla lo spettacolo che si apriva agli occhi, e che non potrò mai dimenticare, era di una bellezza sconvolgente. Una grande distesa verde di lentisco (non c'erano alberi di alto fusto) e una grande macchia bianca, Sa'e Proccusu”.]
[“Dalle falesie in prossimità di "Sa roia 'e su cantaru" uscivano cascatelle di acqua dolce. Mia madre raccontava che le capre, grandi arrampicatrici, sovente si abbeveravano sulle rocce. L'acqua peraltro veniva utilizzata anche da coloro che vi si trovavano a passare”.]
Arrivando all'altezza di Mont'e Palla lo spettacolo che si apriva agli occhi, e che non potrò mai dimenticare, era di una bellezza sconvolgente. Una grande distesa verde di lentisco (non c'erano alberi di alto fusto) e una grande macchia bianca, Sa'e Proccusu”.]
[“Dalle falesie in prossimità di "Sa roia 'e su cantaru" uscivano cascatelle di acqua dolce. Mia madre raccontava che le capre, grandi arrampicatrici, sovente si abbeveravano sulle rocce. L'acqua peraltro veniva utilizzata anche da coloro che vi si trovavano a passare”.]
(racconto/memorie di Anna Maria Sanna)
Le vaste aree incolte del Sinis - insieme ai terreni appartenenti alla Comunella (2) - costituivano un importante territorio di pascolo per caprari di Riola e di Cabras. Le capre, notoriamente adattabili ad ogni tipo di suolo e di vegetazione, trovavano in questi ambienti pietrosi e rocciosi, spesso scoscesi e ricoperti di macchia, un habitat ideale.
Tra gli ultimi allevatori che operarono nel Sinis, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, si ricordano i Demontis e i Marongiu di Riola, legati da stretti vincoli di parentela, e i Manca di Cabras (soprannome “Anni Anni”) le cui greggi pascolavano in un'area molto vasta, fino ai confini del territorio comunale riolese . L’ovile di questi ultimi -“su ‘aibi”, in dialetto cabrarese - era situato nelle antiche cave di arenaria di Is Aruttas .
Dell’attività dei Demontis resta ancora oggi una delle testimonianze più interessanti: Su ‘Acchibi de Zuanni ‘Mòntisi (3), il ricovero per le capre realizzato nei primi decenni del Novecento da Giovanni Demontis (1875-1968).
Lo si può osservare percorrendo su cammĩu mannu in direzione Su Cuccuru Mannu, poco dopo Mont’e Palla, a meno di un chilometro dal Parco dei Suoni.
L'ovile è visibile sul lato destro della provinciale, mentre sul lato sinistro, alla stessa altezza, si staglia una collinetta ricoperta di macchia mediterranea, sulla sommità della quale un tempo sorgeva il nuraghe denominato “S’Uraccheddu Piudu” (oggi sostanzialmente distrutto).
Si tratta di un ampio recinto circolare, costituito da un muretto a secco alto circa un metro, con un diametro di 26-32 metri, situato su un rilievo che digrada dolcemente verso la salina di “Sa ‘e Pròccusu” (già sito nuragico). Una bella palma nana adiacente ne valorizza ulteriormente l'aspetto; in alcuni tratti, tuttavia, il recinto mostra segni di danneggiamento.
Durante il periodo di utilizzo, l'ovile era dotato di una copertura realizzata con legname, frasche o fieno palustre, necessaria per riparare gli animali dal sole o dall’umidità notturna nella stagione estiva, nonché dalle intemperie durante il periodo invernale.
Su 'acchibi visto dall'alto (foto 1) e lateralmente (foto 2)
Oggi “Su ‘Acchibi” non svolge più la sua antica funzione, ma colpisce ancora per le sue dimensioni che lo fanno risaltare in un paesaggio caratterizzato da vaste estensioni di terreno coltivate a cereali, dove un tempo la macchia mediterranea si estendeva a perdita d’occhio.
La sua forma richiama quasi una struttura nuragica o pre-nuragica, evocando la preistoria della penisola del Sinis. Si tratta senza dubbio di un'eredità della nostra cultura più antica, preziosa e meritevole di essere preservata e tutelata.
di Gilberto Linzas
Note:
1) Si tratta di una grande roccia a forma d’incudine, protesa sul mare cristallino, nota anche per il detto riolese “bai e scavuadinchi de sa Punta ‘e s’ancòdia”.
2) La "Comunella" - Comunione generale dei pascoli di Riola Sardo - è un istituto creato agli inizi del '900 per regolamentare i diritti di pascolo dei pastori (e allevatori di bestiame in genere) e quelli degli agricoltori, sia sui terreni di proprietà comunale che su quelli privati.
La Comunella ricalca l'antica consuetudine comunitaria dell'alternanza biennale dell'utilizzo dei terreni, i quali venivano suddivisi in zona Vidazzoni, destinati alla semina, e poberibi, riservati al pascolo (si veda anche il seguente post: La Comunella (clicca qui));
3) "(b)acchibi": (lat. *Vaccile), ossia ricovero/recinto per le vacche; termine che per estensione viene utilizzato a indicare il ricovero di animali in genere, sia bovini che ovi-caprini (si veda il ditzionariu Sardu Unificadu di Tonino Mario Rubattu)





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