mercoledì 20 aprile 2011

Il personaggio: ENRICO SUELLA, "UN PERICOLOSO SOVVERSIVO"

Enrico Suella

Enrico Suella fu, indubbiamente,  una figura di grande rilievo, vissuta tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del secolo scorso.
Antifascista fermamente convinto, partecipò attivamente alla vita politica: dapprima nel Partito Sardo d’Azione, fin dalla sua fondazione nel 1921, e successivamente  nel Partito Comunista. 
Nel corso di tutta la sua esistenza perseguì ideali di uguaglianza e giustizia sociale, trasmettendo gli stessi valori ai propri figli.
Nato a Elmas nel 1885, da giovane si arruolò nel corpo della Guardia di Finanza,  dal quale venne espulso nei primi anni del regime per essersi rifiutato di firmare la tessera del Partito Nazionale Fascista. 
Nella seconda metà degli anni ‘20  si trasferì dall’Iglesiente ad Oristano, dove avviò una piccola fabbrica di crine vegetale, con sede in via Tirso. All’epoca, il crine ricavato dalle foglie della palma nana del Sinis veniva impiegato nella produzione di materassi.
A causa delle sue idee avverse al fascismo, incontrò notevoli ostacoli e difficoltà  che lo costrinsero alla chiusura dell’attività dopo pochi anni. 

operaie della fabbrica di crine del Sig. Suella ad Oristano, anni '20 - foto fam. Suella

Nel 1937 Suella venne denunciato come autore di manifesti di propaganda sovversiva e per questo motivo  confinato a Riola.
Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un signore molto distinto, sebbene privo di mezzi di sostentamento. Riusciva a sopravvivere grazie ai modesti compensi per i lavori da scrivano e al contributo della moglie Maria, che esercitava il mestiere di materassaia. Le testimonianze dell'epoca lo descrivono come “un uomo simpatico e pacifico; sempre elegante, al quale non mancava mai il cappello e la cravatta”. Un gentiluomo, dunque, non solo nei modi ma anche nel portamento.
Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra costituì a Riola la sezione locale del Partito Comunista, che ebbe sede inizialmente nell’attuale via Mariano.

 
sezione Partito Comunista Riola Sardo, primi anni '50 - foto fam.Suella 

Enrico Suella morì nel 1955.
Coerentemente  con i propri principi, pur rispettando le idee altrui, volle per sé un funerale civile. Al corteo funebre parteciparono le alte cariche del partito dell’epoca; fu accompagnato al cimitero con numerose bandiere rosse.

Si ripropone, per gentile concessione di Giuseppe Mocci “L’antifascista e l’appuntato”, racconto che rievoca la figura di Enrico Suella,  già pubblicato sul quotidiano “La Nuova Sardegna” del 7 gennaio 2001 e nel libro di Claudio Zoncu “Zenti Arrioresa".

g.l.

"L’ANTIFASCISTA E L’APPUNTATO" 
di Giuseppe Mocci

Negli anni che precedettero la guerra 40/45, detti anni dell’Era fascista, viveva nel mio paese un distinto signore, in età avanzata, proveniente dall’iglesiente.
Si diceva che lo avessero mandato in esilio a Riola, perché comunista sovversivo, molto pericoloso; già espulso dal Corpo delle Guardie di Finanza per non aver voluto firmare la tessera del Partito Nazionale Fascista.
Si chiamava Enrico Suella (1885-1955).
Privo di mezzi di sostentamento, il povero uomo riusciva a stento a sbarcare il lunario, anche perché veniva osteggiato dal Partito e dalle autorità locali. Egli viveva dei modestissimi compensi per occasionali lavori di scrivano e dei saltuari emolumenti che riusciva a percepire la moglie dal lavoro di materassaia.
Il sovversivo si era rivelato subito una persona tranquilla; faceva lunghe passeggiate, a passo lento e sempre dentro il paese; non usciva mai di notte. Egli era un uomo simpatico e pacifico; era  anche elegante e non gli mancava mai il cappello e la cravatta; era un gentil’uomo.
Io non riuscivo, allora, a capire il motivo per cui era costretto a vivere in esilio e perché venisse ricorrentemente arrestato.
Ricordo che quando si apprendeva dalla radio dell’imminente arrivo in Sardegna di qualche esponente del Governo o della Casa Reale, il povero uomo veniva prelevato, nottetempo, dai Carabinieri e condotto in carcere ad Oristano.
Questa operazione veniva fatta il giorno prima dell’arrivo di detti personaggi. In quelle occasioni il signor Suella metteva in croce la povera moglie, perché gli facesse la provvista di sigari da fumare in carcere. Ricordo che le diceva:
Maria, duminiga beninti de Roma is amigus mius, procuramì una scorta de sigarettas”.

Enrico Suella con sua moglie Maria in età avanzata - foto fam. Suella

Altra circostanza che determinò una più severa e umiliante sorveglianza nei suoi confronti, si verificò in occasione dell’arrivo del pacco di Mussolini, inviato, si diceva, al Podestà, un certo cav. Pili, che durante la guerra 1915/18 era stato il superiore diretto del Duce.
Per quel giorno il Partito organizzò una grande manifestazione: saggio ginnico nelle scuole, sfilata per la via principale fino al Municipio, con canti patriottici e sventolìo di bandiere; apriva la sfilata il gruppo dei figli della lupa, seguivano i balilla, gli avanguardisti, i giovani fascisti, poi le donne rurali, gli ex combattenti e tutte le autorità civili e militari; mancava soltanto il parroco.
Arrivato il corteo in piazza del Municipio, la guardia municipale, in divisa e con le decorazioni di guerra sul petto, aprì il pacco che conteneva due stampi di legno, quattro barattoli e una lettera con le istruzioni.
I figli della lupa e noi balilla attendevamo l’apertura dei barattoli, convinti che contenessero caramelle, invece contenevano vernice nera da usare con gli stampi per la riproduzione dell’immagine di Mussolini, a mezzo busto e con la scritta: “Duce”.
In quella stessa sera, su alcune facciate delle case, lungo le due vie principali, venne stampata l’immagine del Duce.
Durante la notte però avvenne un imprevisto, un fatto molto grave accaduto poi in un paese fra i più fascisti della Provincia; un’immagine di Mussolini era stata imbrattata.
La mattina successiva venne convocata una riunione del Partito e venne invitato anche il Maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, data la gravità dell’accaduto: oltraggio al capo del Governo.
Tutti i camerati concordarono sul nome dell’oltraggiatore: è stato il comunista!” urlarono furiosi e ben determinati a vendicarsi, alcuni agitando il manganello o la bottiglia dell’olio di ricino.
Il maresciallo intervenne, invitando tutti alla calma e propose la formazione di una ronda speciale, composta da carabinieri e militi, al comando di un appuntato della benemerita; personaggio molto noto per lo zelo in servizio e soprannominato Sfasciachitarre, perché ai giovani che facevano le serenate oltre l’orario consentito, sequestrava la chitarra e la sfasciava loro in testa.
Venne accolta la proposta del maresciallo e quella stessa notte entrò in servizio la ronda per presidiare dall’esterno la casa del comunista.
Questi, forse, non si accorse di nulla, nonostante lo schiamazzo e le ingiurie degli assedianti; oppure il nostro dormiva tranquillo, come al solito.
Il mattino seguente, “Sfasciachitarre”, rientrando in caserma, si accorse che un’altra immagine del Duce era stata imbrattata; sbiancò in viso e si sentì male; non andò più in caserma, ma fece ritorno a casa, molto preoccupato. Dopo aver raccontato l’accaduto alla moglie, decise di marcare visita medica, per la prima volta dopo trenta anni di onorato ed encomiabile servizio.
Il poveretto raccontò che era stato beffato da alcuni suoi amici, incontrati mentre facevano i preparativi per raggiungere i campi e lui completava l’ultimo giro di ronda.
Questi amici lo avevano invitato in cantina a bere la vernaccia, ma gli avevano anche  giocato un brutto tiro; uno della comitiva, conosciuto come il burlone del paese, inosservato, andò ad imbrattare l’immagine del Duce.
Intanto scoppiò la II guerra mondiale e nessuno si curò più del Duce. Solo “Sfasciachitarre” non dimenticò l’affronto.
Caduto il fascismo, egli volle riabilitarsi; invitò gli amici della famosa cantina e dichiarò loro:
“Signori, quando voi mi invitaste a bere la vernaccia in quella notte dell’imbrattamento dell’immagine del Duce, io capii subito le vostre intenzioni e vi lasciai fare, perché ero anch’io un antifascista”.
Gli amici lo ringraziarono, ma egli non accettò comunque la proposta del solito burlone di farsi segnalare per una promozione al merito.


Si ringraziano la famiglia Suella e Giuseppe Mocci per la collaborazione e la disponibilità.

3 commenti:

  1. Grazie, bellissimo articolo su Enrico Suella ne vado veramente fiera,mio nonno Amedeo era fratello minore di Enrico e durante il fascismo segui la stessa sorte del fratello ma non si piegarono mai.Precisazione Enrico è la nuora Salvatora madre di Rolando Suella

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  2. Bellissimo e importantissimo pezzo della nostra storia.Grazie per averla pubblicata. Enrico Suella
    è un esempio emblematico di coraggio. Il coraggio delle proprie idee anche a rischio della vita.

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  3. Grazie dei commenti;
    Enrico Suella è una figura che merita di essere ricordata per la sua onestà intellettuale, la coerenza ed il coraggio dimostrato in un epoca in cui era più facile adeguarsi al regime. Un esempio per le nuove generazioni (g.l.).

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