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sabato 15 dicembre 2012

“LE CAPANNE DI SU PALLOSU”: PUBBLICATO IL LIBRO


Copertina del libro "Le Capanne di Su Pallosu"


E’ stato pubblicato alcune settimane fa il libro “Le capanne di Su Pallosu” di Gilberto Linzas, edito dalla casa editrice oristanese E.P.D.O., con il patrocinio dell’Associazione culturale “Amici di Su Pallosu”.
Il libro, partendo dai ricordi personali dell’autore, rievoca la vita del villaggio di capanne e dei suoi personaggi tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso.
Un mondo magico per i ragazzi e per i villeggianti che vi trascorrevano lunghe ed assolate estati, fatte di divertimento e allegria; un pezzo importante della vita e della storia dei riolesi (e non solo) che hanno sempre considerato Su Pallosu la loro spiaggia, frequentandola in massa.
Oggi quelle straordinarie capanne di falasco non ci sono più; rimangono solo i ricordi incancellabili di chi ha vissuto quelle stagioni.

Il libro è in vendita presso la libreria Copy Creativity/EPDO di Oristano in via Bellini 11/13/15. E' disponibile, inoltre, presso la Tabaccheria Ponti di Riola.


mercoledì 8 agosto 2012

UNA LEGGENDA RIOLESE: “SA SANNORA DE S’ONNIGARZA”

“S’Onnigarza” è una località situata nei pressi di Riola, a nord-ovest dell'abitato, lungo la strada Riola-Su Cuccuru Mannu.
In questo luogo, durante il periodo giudicale, sorgeva un castello del quale, ancora nell’Ottocento, erano visibili i resti di una torre, come riportato da Vittorio Angius nel Dizionario del Casalis. Fino a tempi relativamente recenti, inoltre, si potevano osservare un ampio fossato e un tratto di muratura in conci di arenaria affioranti dal terreno agricolo.
Il “castello" era edificato su una lieve altura, circondato da una rete di canali sfocianti a Mar’e Foghe e dotato di un ponte per l'attraversamento del fossato.
La leggenda narra che il castello fosse abitato da una castellana bella e ricchissima, conosciuta come “Sa Sannora de S’Onnigarza”, la quale lasciava raramente la dimora, comparendo soltanto in occasione delle festività più solenni  per recarsi alla messa nella chiesa parrocchiale di Riola o nella chiesetta di San Quirico, allora esistente.
Nella fantasia popolare, questa figura femminile era assurta a simbolo di potere, ancora feudale, e a espressione di bellezza e di superbia.
Le mani della dama erano proverbiali:  tant’è che quando si voleva ironizzare sulle mani povere e martoriate dal lavoro delle contadine riolesi, si era soliti dire: “No pòttada i màũsu de sa Sannora de S’Onnigarza!”.
La tradizione racconta che Sa Sannora giungesse dal castello al paese sulla sua barca, accompagnata dalle damigelle, e seguita da un numeroso codazzo di valletti, rematori e armigeri, nelle sue vesti sontuose, carica di gioielli, forse in costume, ma con sfarzo di sete, di broccati, di tulle, di ricami.
Dal fossato del castello, l'imbarcazione si inoltrava nelle paludi e nel canale di Mar’e Foghe, e risalendo il rio raggiungeva le sponde dell’antica Chiesa di Santa Corona.

Chiesa medievale di Santa Corona vista dal fiume

La dama era tanto bella quanto delicata e altera, e pare che sia morta per una sola goccia di rugiada.
Forse, in una notte d’estate la bellissima castellana avrà schiuso la finestra della sua stanza, respirando l’aria della palude mista al lieve sentore di mare che proveniva, attraverso le dune, dalle coste del Sinis; e una goccia di rugiada, pianto della notte senza stelle, sarà caduta sulla candida pelle della Signora, uccidendola.
Ancora oggi, un antico modo di dire riolese rievoca questa leggenda e la proverbiale delicatezza della castellana:
“Za sesi pagu delicada... no ast’essi mancu sa Sannora de S’Onnigarza, ca esti motta po ũ ‘stìddiu de arrosada!”

Nota:
Il toponimo “S’Onnigarza” deriva dalla trasformazione dell’antico toponimo “Donnigala”, nome che in epoca giudicale si dava a quei casali che appartenevano al patrimonio del donno, cioè del re o Giudice.

Fonti utilizzate: 
“Riola Sardo Villa Giudicale” di Giuseppe Pau e Raimondo Zucca; 
Sito internet del Comune di Riola Sardo.

Post a cura di Gilberto Linzas 

giovedì 23 febbraio 2012

Ricordi d'infanzia: "La Riolese fine anni ’70"

Il calcio a Riola, come in quasi tutti paesi della Sardegna, fino alla metà degli anni '80  era vissuto con grande passione e partecipazione.
La "Riolese", in quegli anni, era seguita da tanti tifosi e la domenica al campo sportivo era sempre una gran festa.  
Ricordo in modo particolare la squadra che nella seconda metà degli anni ’70 vinse il campionato di Terza categoria, conquistando la promozione in Seconda categoria. Una formazione composta prevalentemente da calciatori riolesi, alcuni molto giovani e bravi. 
Avevo otto o nove anni e frequentavo le scuole elementari. Il calcio, come per la maggior parte dei miei coetanei, era lo sport preferito. Passavamo interi pomeriggi a giocare a pallone nel campetto vicino casa o per strada, usando come "porta" un cancello o una serranda. Tornavo a casa all'imbrunire, stanco e sporco, spesso con qualche sbucciatura, e mia madre, che non mi vedeva per tutto il pomeriggio, mi rimproverava quasi sempre.
Durante la settimana attendevo con impazienza l'arrivo della domenica. La mattina era d’obbligo andare a messa, ma il pomeriggio era dedicato alla partita della Riolese e al divertimento.
Il ritrovo con gli amici era fissato al Bar subito dopo pranzo, da dove ci spostavamo nel piazzale di chiesa o in un angolo appartato per giocare i pochi spiccioli della domenica: con le carte "a mazzetti", “a còncasa o cràstusu” o con altri giochi. Intorno alle due, due e mezza, ci dirigevamo al campo, dove continuavamo con la "bisca", nascosti tra gli eucalipti sul lato fiume.
Ricordo che il breve tratto di strada prima del campo non era ancora asfaltato, e quando pioveva, soprattutto d'inverno, c’era fango dappertutto. Era praticamente impossibile tornare a casa con le scarpe e  pantaloni ancora puliti.
Il campo era recintato da una reticella, lungo la quale si assiepavano le persone per seguire la partita. Altri spettatori, invece, si parcheggiavano con la macchina sulla piccola altura retrostante - corrispondente pressappoco all’attuale parcheggio - da cui si godeva di una buona visuale e, allo stesso tempo, si poteva ascoltare "Tutto il calcio minuto per minuto" dall'autoradio o dalle radioline.
Prima dell'inzio della partita mi avvicinavo spesso agli spogliatoi per osservare da vicino i giocatori, che allora mi sembravano giganteschi.  Li guardavo con ammirazione, sognando di poter indossare un giorno la stessa maglia.
Ricordo gli odori di quei vecchi spogliatoi bui e umidi: il pavimento in cemento, le  panche di legno, l'odore intenso di olio canforato, quello del cuoio e del lucido per scarpe.
Non appena iniziava la partita, l'attenzione del pubblico era completamente catturata dai calciatori con le maglie bianche bordate di azzurro. Il tifo si accendeva: ogni azione della riolese era accompagnate da boati di ammirazione e grida di incitamento. Le ingiurie all’arbitro e agli avversari si sprecavano, mentre ad ogni rete della Riolese esplodeva un tripudio di urla e di clacson.

formazione della Riolese

Tra i calciatori che più mi impressionavano c'erano Quinto Corona, terzino ruvido ma dai piedi buoni, che non disdegnava le incursioni sulla fascia; Peppino Pilloni (Pillõeddu), trottolino sempre in movimento,  Sandrino Foddis, giovanissimo centrocampista talentuoso, Pietro Corda, preciso e potente in ogni intervento.
In quella formazione c'erano anche Claudio Atzori, Vincenzo Cadoni, Giovanni Tolu e Domenico Fanari. L'allenatore era l'indimenticabile Augusto Orrù, impiegato del Comune di Riola.
Ricordo che al  termine di ogni  partita, ci si ritrovava nella piazza principale del paese e nei bar, dove, tra un commento e l’altro, si aspettava che iniziasse "90° minuto" alla televisione, allora ancora in bianco e nero.
In piazza compravamo noccioline e arachidi - ũ imbudeddu de nughedda o de pistatzu - da un vecchietto che ogni domenica arrivava da Donigala col piccolo motocarro, sistemando la sua bancarella vicino alla fontanella pubblica (su grifõi de pratz'e crésia). Era piuttosto mingherlino, vestiva sempre con una logora giacchetta marrone. Poi ci si spostava di nuovo al bar: da Corda, al bar di Dante Daga o al bar “Sa Barritta”.
Tra le consumazioni preferite, oltre alle patatine, c’era la “spuma”, una bevanda gassata simile alla coca cola ma molto più economica, oggi praticamente introvabile: un bicchiere costava 50 lire.
Al tardo pomeriggio, dopo tante ore trascorse in compagnia degli amici, tornavo a casa malvolentieri, un po’ dispiaciuto che la domenica fosse già finita e che il giorno dopo avrei dovuto ritornare a scuola.


di Gilberto Linzas

domenica 12 febbraio 2012

Ricordi d'infanzia: "LA MINI RIOLESE"

Giovanissimi San Martino 1979-80

La squadra dei Giovanissimi San Martino, nella stagione 1979/80, fu probabilmente la prima formazione calcistica riolese a prendere parte a un campionato giovanile a livello provinciale. Ne facevano parte  i ragazzini nati dal 1967 al 1969, tra i quali c'ero anche io. 
Fino ad allora nessuno di noi aveva mai disputato un campionato ufficiale, anche se il calcio era da sempre la nostra più grande passione. Giocavamo a pallone ovunque fosse possibile: per strada, nel cortile di scuola, su qualche area incolta adattata a campetto di calcio. Tra i più frequentati ricordo il campetto di “Cristiano”, dove oggi sorge piazza Europa, e quello di “Corradino”. 
Spesso riuscivamo a organizzare partite anche con i ragazzini dei paesi vicini. Inforcavamo le biciclette e partivamo in gruppo, direzione Nurachi, Baratili o Narbolia, spinti solo dall'entusiasmo e dalla voglia di giocare. 
Con la nascita della squadra dei Giovanissimi, per noi ragazzi si realizzava finalmente un sogno: giocare un vero campionato e indossare autentiche maglie da calcio,  con il numero sulla schiena, proprio come i grandi calciatori che ammiravamo in televisione. 
I componenti di quella squadra giovanile, in qualche modo "storica",  erano numerosi:  Fabio Sulas e Luigetto Soddu (portieri), Alessandro Trogu, Roberto Demontis, Ermanno Medde, Daniele Zoncu, Pietro Corda, Alessandro Trudu (difensori), Michele Zoncu, Piero Marongiu, Tore Marongiu, Giuseppe Atzori, Martino Piras (centrocampisti), Sandro Carta, Gilberto Linzas, Sandro Medde, Luca Mocci, Enzo Loche, Gianfranco Mocci, Gigi Cadeddu, Beniamino Orrù (attaccanti). Allenatore  Giovanni Trogu; dirigenti Gianni Piras, Giampiero Marongiu, Elvio Carta, Peppino Corrias, Francesco Medde, Ovidio Putzolu.

Giovanissimi San Martino - formazione quasi al completo 
(cliccare sulla foto per ingrandire)


Ricordo che i completini arrivarono poco prima dell’inizio del campionato. Le maglie erano arancioni con bande blu sulle maniche: sembravamo la nazionale olandese. Io intanto comprai le mie prime scarpe da calcio, quelle tanto desiderate, le “Pantofola d’Oro”, allora famosissime. 
Il campionato ebbe inizio, ma  le partite della prima parte del torneo non andarono bene: subimmo infatti una lunga serie di sconfitte. Le squadre avversarie erano molto forti, soprattutto quelle oristanesi - Don Bosco, Folgore, Frassinetti, Cattedrale - più organizzate nel gioco e composte da ragazzi mediamente più alti e robusti di noi.
Ogni domenica mattina ci ritrovavamo al campo sportivo oppure, quando erano in programma le trasferte, nella sede di via Roma, al primo piano dell’ex caserma dei carabinieri, già centro UNLA.
Da lì, insiema ai dirigenti e agli accompagnatori, partivamo per raggiungere i campi di gioco, quasi sempre quelli di Sa Rodia, dove si disputavano le gare di tutte le squadre giovanili oristanesi. 
Partita dopo partita la mini-Riolese iniziò ad ingranare e a trovare un buon gioco. Arrivati a metà campionato, tuttavia, ci mancava ancora qualcosa, soprattutto in attacco, ma la sensazione era che la squadra stesse finalmente trovando la propria identità.
Fu allora che nella squadra vennero inseriti  Maurizio Mocci e Sandro Loddo, quest'ultimo considerato il miglior attaccante in circolazione, anche se fuori quota. Da quel momento la squadra iniziò a esprimere un gioco decisamente migliore. Le partite diventavano sempre più combattute. Il nuovo centravanti segnava  gol spettacolari, aiutando anche gli altri attaccanti e centrocampisti ad andare a rete. Segnai anch'io la mia prima rete,  un gol che ricordo ancora oggi come se fosse ieri.
Le partite disputate a Riola erano senza dubbio le più emozionanti e intense, forse perché ci sentivamo più sicuri e sostenuti da un pubblico sempre numeroso e caloroso.
Il campionato si concluse verso la fine di aprile, o ai primi di maggio. Dopo poche settimane fummo invitati a Cabras per disputare una partita con i ragazzi di pari età, in occasione della festa di Santa Maria. Giocammo una partita entusiasmante, probabilmente la migliore dell'intera stagione, vincendo e portando a casa la coppa. Tra l'altro, giocò in porta un altro fuori quota: Efisio Mura. Eravamo felicissimi.
Oggi ricordo quel nostro primo campionato di calcio come un'avventura bella e straordinaria, fatta di sacrifici, entusiasmo e amicizia.
Molti dei ragazzi che avevano composto la squadra dei Giovanissimi”, due anni più tardi, costituirono l'ossatura della formazione dei “cadetti”,  che stravinse il campionato CSI. 

di Gilberto Linzas 



Fotografie Tullio Carta

sabato 19 novembre 2011

SABÒRISI ANTÌGUSU IN RIMA




Ita si pàppada in famìllia ?
Ũ bellu prattu de antìllia.
A ca pòttada fortũa
dinãi meda a dònnia fin’e lũa.
No ammàncada su ghisau
impari a pãi affittau.
Òusu cũ chibudda
e isbudiasa s’ampudda.
Pischi frittu manĩu
e ũ antra tassa ‘e bĩu.
Sa minestra cũ tammatigasa esti saboria,
chi no ndi pappu ũ prattu ndi  fatzu ũa mabadia.
Su pedrinzãu a bànnia no dd’arrossu mai
esti troppu bellu a ‘ndi pappai.
I drùcchisi cũ su luccori
'ndi pìganta su mallumori.
Sa crannatza ‘e Arriora esti bella a buffai
ma esti perigulosu po no s’imbriagai.
A tòttusu salludàusu
e bõu appetitu auguràusu.

(di B. Sulas e G. Linzas)

martedì 8 marzo 2011

SU PALLOSU, spiaggia preferita dai Riolesi. Il villaggio di capanne.




La presenza delle capanne di falasco a Su Pallosu, come in molte altre spiagge e località del Sinis (Su Siccu, San Giovanni di Sinis, Mari Mottu, Is Aruttas, Su Portu e Suedda, Putzu Idu), affonda le proprie radici in epoche remote; tuttavia, la loro costruzione ebbe un notevole sviluppo nel secolo scorso, a partire dagli anni Cinquanta.
In particolare nel dopoguerra, con il progressivo miglioramento delle condizioni di vita, Su Pallosu -  già importante località per la pesca del tonno e delle aragoste - divenne una meta sempre più frequentata a scopo balneare. Durante il periodo estivo, numerose famiglie raggiungevano il mare con i mezzi più diversi, alcune delle quali ancora “a carretta e cuaddu”, proprio come nei primi decenni del ‘900 (1).

-  famiglia riolese  a Su Pallosu anni '30  (fam. Sechi) 
- gita al mare negli anni '30 

Alle "barraccas" dei pescatori, utilizzate anche come ricovero di attrezzi, si affiancarono nel corso degli anni numerose capanne (2), casotti in legno e piccole abitazioni in muratura, realizzate principalmente da Riolesi (3), Baratilesi e Oristanesi, allo scopo di trascorrere al mare una lunga villeggiatura estiva.
La massima concentrazione si raggiunse negli anni Settanta: le capanne, quasi tutte costruite su area demaniale, erano circa duecento, disposte su più file non sempre perfettamente allineate. Si estendevano dalla vecchia Tonnara (la prima "barracca" apparteneva a Tziu Davìdi Atzori di Riola) fino alla spiaggia di “Sa Marigosa”, zona conosciuta  anche come “is palla' manìasa” per la presenza di grandi accumuli di posidonia depositati dalle mareggiate.

Le capanne tradizionali  (i barràccasa)  erano dei manufatti costruiti con grande maestria, frutto di una antica tradizione. La struttura portante era realizzata con pali di legno, rinforzata con ulteriori piantoni di sostegno sui quali venivano fissati i reticoli di canne che fungevano da supporto per il successivo rivestimento con il falasco, un'erba palustre conosciuta con il nome sardo di  “cruccuri” o, in dialetto riolese, “saura”.
Lo spazio interno era suddiviso in una zona giorno, destinata alla cucina e alla vita in comune, e una zona notte, posta sul retro, con una o due camerette di pochi metri quadrati, separate da pareti di legno (o di canne) e chiuse da semplici tendine.
All'esterno, la maggior parte delle capanne era dotata di una tettoia in canne (s’umbragu) e, sul retro, di un piccolo cortile recintato dov'era realizzato il  bagno.
Non essendo fornite di energia elettrica, per l’illuminazione notturna venivano utilizzate  le lampade a carburo - “sa zentillena” - o, più tardi, le lampade a gas.
Nonostante gli spazi ridotti (dai 35 ai 50 mq), soprattutto per le famiglie più numerose,  la vita all’interno risultava comunque confortevole: le capanne infatti erano molto fresche nelle giornate più calde e mantenevano una temperatura costante.

fotografie fine anni '50 primi anni '60: 
in alto  foto famiglia Pisu di Riola e compagnia; in basso  foto  tzia Grazia Salaris .

La vita del villaggio, nelle lunghe estati degli anni Sessanta e Settanta, era festosa e piena di entusiasmo. Molte famiglie, già dal mese di giugno, alla chiusura delle scuole, si trasferivano al mare per trascorrervi due-tre mesi di vacanza. Si creava così una nuova vita comunitaria, con la nascita di amicizie e rapporti di vicinato.
Nelle lunghe giornate assolate e la sera, dopo cena, i momenti d’incontro e di svago erano numerosi. Seduti sotto le tettoie, “a su friscu”, ci si intratteneva in lunghe conversazioni oppure si giocava a carte; il vino, la vernaccia e i dolci non mancavano mai.
Non di rado si organizzavano serate musicali e di ballo con suonatori locali, sia tra le capanne sia nell’ampia distesa bianca della salina,  prosciugata durante l'estate. Ricordo anche una serata di ferragosto con balli sardi  nel cortile interno dell’hotel Su Pallosu.
Il pane e alcuni generi di prima necessità si acquistavano ogni giorno nel piccolo negozio di signora Irene, mentre per l’approvvigionamento dell'acqua ci si recava in paese due o tre volte la settimana.


  cartolina Su Pallosu - anni '70

Nel villaggio, tra le capanne e sulla spiaggia, non mancavano mai torme di ragazzini con la pelle bruciata dal sole, intenti a giocare a “nascondino” o a fare il bagno.
Anch'io, che ho vissuto quelle estati, ricordo come si trascorressero ore intere in acqua, uscendo solo per asciugarsi e mangiare un panino, oppure per andare a prendere un gelato da Tziu Maureddu al bar dell’Hotel. Negli anni Settanta, già anziano, lo si vedeva quasi  sempre seduto nella veranda dell’albergo, intento a fumare  il suo mezzo toscano.
Spesso andavamo a pescare nelle zone rocciose - is arròccasa - di Punta Tonnara. Nelle pozze d’acqua tra le rocce pescavamo pesciolini - ghiozzi (mazzoisi), bavose e roccaletti - utilizzando una piccola lenza legata all’estremità di un pezzo grosso di filo di ferro. E al termine della pesca non mancava mai il  bagno nelle "piscine", dove il divertimento principale  era  tuffarsi in acqua dalle rocce.
Tra gli altri passatempi c'erano le discese a pancia in giù sui ripidi pendii sabbiosi di fronte alle ville Espis e Puddu, i giochi tra le cosiddette “palla' manìasa”, le interminabili partitelle di calcio in spiaggia o nella salina, le gare di corsa e di salto. Per noi ragazzi, Su Pallosu era davvere un paradiso: un luogo magico, fuori dal tempo.

Le prime demolizioni delle abitazioni abusive di Su Pallosu - soprattutto di quelle in muratura e dei casotti - furono eseguite tra il 1973 e il 1974. Contestualmente, un certo numero di capanne in falasco venne posto sotto sequestro e i proprietari denunciati per gli abusi realizzati; il dissequestro arrivò nell'agosto del 1974, a seguito di ricorso, con l'affidamento dei manufatti in custodia giudiziaria agli stessi proprietari.
Negli anni successivi vi fu una ripresa in grande stile della costruzioni di capanne, che raggiunsero la massima concentrazione alla fine degli anni Settanta.  
Nel 1980, dopo anni di lungaggini burocratiche,  ricorsi e incertezze amministrative, e pur riconoscendo il valore culturale dei manufatti e la loro perfetta integrazione nel paesaggio, il Comune di San Vero Milis emanò l’ordinanza di demolizione, eseguita con grandi difficoltà per l’opposizione dei proprietari tra il 22 e il 24 settembre. 
Soltanto alcune capanne di falasco caratteristiche furono risparmiate, con l’intenzione - rimasta poi tale - di destinarle a  servizi pubblici (uffici turistici, servizi igienici, ecc.). Tuttavia,  buona parte di queste capanne,  pochi giorni dopo,  furono rase al suolo dal fuoco; quasi certamente gli incendi furono di natura dolosa.

veduta aerea di Su Pallosu-Punta Tonnara

Si chiuse così, nel modo più drastico, un’epoca: quella del villaggio di Su Pallosu e delle caratteristiche “barràcasa”. La bonifica integrale dei luoghi, peraltro, a più di trent'anni di distanza, non è stata mai completata. In alcuni tratti di spiaggia e persino in acqua - complice l’avanzata del mare per l’erosione - sono ancora presenti materiali residui delle demolizioni: blocchetti, tubi di cemento, ecc.
Le pochissime capanne risparmiate rimasero in piedi fino a metà degli anni Novanta, quando furono definitivamente abbattute a seguito dell’emanazione di una nuova ordinanza di demolizione.

Testo di Gilberto Linzas


NOTE:
1)  Il Commendatore Virginio Sias, nel libro “Memorie di Riola Baratili e Nurachi", ricorda che negli anni ’20:  “le famiglie più abbienti durante la stagione balneare vivevano in ampie baracche ben costruite con erbe palustri (biodo e falasco) che reggevano bene al caldo di giorno e all’umidità di notte; gli altri numerosi bagnanti si sistemavano alla meglio presso i carri con i quali erano giunti, attrezzandoli con coperte, lenzuola e stuoie, che offrivano un idoneo riparo”; 
“le strade che conducevano al mare erano impraticabili, mio padre in carrozzino per percorrere il tratto Riola-Su Pallosu (16 Km allora, a causa del cammino tortuoso) impiegava la bellezza di tre ore e mezzo”.

Giovanni Piras (classe 1913) nel suo libro di memorie "Fatti e Misfatti di Riola Sardo" ricorda che a Su Pallosu "gran parte dei riolesi andavano a trascorrere le vacanze estive, cercando un pochino di refrigerio e di riposo dopo l'estenuante e faticoso lavoro della mietitura e della trebbiatura, vacanze che passavano in buona armonia fra loro con canti e danze sulla sabbia, godendosi ogni tanto la frescura di un bel bagno, che all'epoca venifa fatto in due siti diversi: in uno le donne e nell'altro, a distanza di quasi un chilometro, gli uomini."

2)  Le  capanne realizzate a Su Pallosu – come ricorda Claudio A. Zoncu nel libro “Zenti Arrioresa" - erano di due tipi:  una costruita  per durare nel tempo,   mentre l’altro tipo – meno impegnativa - veniva realizzata all’inizio della stagione estiva per poi essere disfatta a Settembre, recuperando gran parte del materiale utilizzato (legname e canne) e bruciando il falasco.

3) Su Pallosu tradizionalmente è riconosciuta dai Riolesi come la propria spiaggia.  Secondo i racconti tramandati di generazione in generazione  Su Pallosu avrebbe fatto parte del territorio di Riola e, a seguito di vicissitudini mai chiarite in modo definitivo,  sarebbe passato alla giurisdizione di  San Vero Milis (intorno alla fine del  1700).
La competenza amministrativa sulla marina Sanverese, peraltro, è  stata per lungo tempo oggetto di una forte rivalità tra i due comuni di Riola e San Vero. 


Altre notizie (storie, personaggi, avvenimenti) e iniziative riguardanti il piccolo borgo di Su Pallosu sono pubblicate nel  Blog Su Pallosu.