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giovedì 14 marzo 2019

"Amart e il lupo" - un racconto di Benedetto Sulas




Tanti e tanti anni fa, quando ancora non esisteva l’orario legale sulla terra, viveva nelle misteriose lande del Sinis di Riola Sardo, in località “Sa Konk’'e s’òmini”, un lupo cattivo dagli occhi di brace e dai denti affilati come punte di ossidiana del monte Arci. I genitori di questo lupo erano buoni e laboriosi, ma il loro figlio era diventato cattivo, forse a causa della scuola che aveva frequentato.
Questa belva famelica terrorizzava i bambini di tutta la regione. Non raramente, secondo quanto raccontano gli annali di quel periodo, non pochi bimbi erano finiti nelle sue fauci infuocate, dove venivano stritolati e ridotti in poltiglia.
Il lupo, di nome Liuku, era originario della lontanissima isola di “Maldifegato”. Era arrivato sulle coste di “Cuccurumannu”, nuotando sul dorso, a rana e a rana sul dorso.
Un giorno una bambina di nome Amart, bellina come un fiore primaverile, che si era avventurata in campagna da sola, alla ricerca di more di rovi, per fare “medra in Kanneddu”, scorse il lupo, da lontano. A stento trattenne il fiato, e le sue gambe diventarono molli e tremolanti. Per fortuna Liuku non la vide, perché soffriva di fotofobia ed era abbagliato dal sole.
Amart tornò a Riola spaventatissima. Andò subito a trovare un suo amico gatto, di nome Calzaghe, che era appena rientrato dalla vicina località di “Is croviazzus”, dove aveva seguito dei corsi di perfezionamento di lotta gattesca.
Calzaghe incoraggiò la sua giovane amica e le chiese di condurlo dove aveva visto Liuku.
Amart acconsentì e, una fresca mattina d’estate, prestissimo, passando per antichi sentieri e camminando tra le lumache, che ritraevano le corna per la paura, arrivarono in vista della casa di Liuku.
La bimba si fermò a circa cinquecento metri sardeschi, mentre Calzaghe, coraggiosamente, si avvicinò alla casa del lupo e col suo bastone da passeggio colpì violentemente la porta. Il lupo usci ringhiando e mostrando la sua temibile dentatura. Inizio a saltare cercando di azzannare alla gola Calzaghe, ma questi lo schivò lestamente, poi lanciò contro gli occhi di Liuku un secchio pieno d’acqua.
Intanto Amart, ben nascosta, osservava tutta la scena con un potente cannocchiale che tzia Tzinniga, moglie di Calzaghe le aveva regalato. Vide il lupo che brancolava, a causa degli occhi ormai spenti. Poi vide Calzaghe che si lanciava contro il lupo.
Il gatto, con i suoi 16 artigli, sctr, lacerò i cristallini degli occhi di Liuku. Poi con i suoi 47 denti,  khh, azzannò il lupo alla gola. Invano Liuku, ormai cieco, si dibatteva e vanamente i suoi aguzzi denti digrignavano all’aria. Il morso soffocante di Calzaghe non gli dava tregua. Amart quando vide l’esito della lotta si avvicinò. Adesso provava pietà per Liuku. Chiese a Calzaghe di non ammazzarlo, ma ormai il lupo esalava gemiti di morte.
Così morì il lupo. Tredicimila pidocchi lo piansero per 40 giorni e 40 notti. Amart per un periodo fu triste e,  in segno di lutto portò al braccio un braccialetto scuro. Calzaghe divenne un eroe e per un certo tempo fu rispettato da tutti. Prima dei funerali settantamila formiche vestirono Liuku con corteccia di cisto e gli misero al collo un rosario di falangette di millepiedi.
Poi arrivo il prete viola con la croce e l’aspersorio.



Note:
  1. Il nome Calzaghe, secondo gli studiosi, deriva dal sumero e significa “zuru ka ti okku”.
  2. Medra in Kanneddu” letteralmente “merda in piccola canna”. Specialità di more schiacciate, che sostituiva le brioches, molto diffusa a Riola fino a qualche tempo fa.
  3. Il suono “sctr” imita il rumore delle unghie che dilaniano;
  4. Il suono “khh” è il rumore dei denti che affondano sull’avversario. Per pronunciarlo bene bisogna far finta di vomitare come fanno i semitici col suono gutturale ‘ain.  


Racconto di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati



lunedì 4 settembre 2017

Ricordi d’infanzia: "L’ORTO DI MICHELE" - di Gilberto Linzas




Tra i luoghi importanti della mia infanzia, uno in particolare è rimasto impresso nella mente e nel cuore:  l’Orto di Michele.  Campo di numerose battaglie, di scorrerie e divertimenti,  dove  i sogni e le fantasie di un gruppo di ragazzini prendevano forma e vita.
Tutto ebbe inizio intorno alla metà degli anni Settanta, tra i banchi della scuola elementare, là dove solitamente nascono le prime amicizie, quei legami sempre forti che rimangono nel tempo.  
Ogni mattina  io e i miei compagni, con il grembiule nero e il fiocco colorato, ci ritrovavamo nel piazzale del grande edificio scolastico di via Roma;  e prima che suonasse la campanella,  iniziavamo a parlare  di fumetti, di film e cartoni animati visti alla televisione, immaginando imprese avventurose.
La scuola non era molto distante da casa mia. Per raggiungerla percorrevo la "scorciatoia": un sentiero sterrato che correva accanto a una lunga siepe di fichi d'india e che attraversava due grandi campi incolti, dove ora sorgono la caserma dei carabinieri e le scuole medie. 
L’edificio scolastico appariva all'improvviso, maestoso, con il suo ampio cortile  circondato da un alto e spesso muro di cinta, affiancato da imponenti alberi di eucalipto e di cipresso (anche quel muro è rimasto vivo nella mia memoria: lo scalavamo  per rincorrerci e  giocare con le cerbottane ricavate da canne).
Uno dei più cari amici di allora era Michele, appassionato come me di fumetti, i famosi "giornaletti" che compravamo regolarmente all'edicola di Giorgio Maiorca.  
Michele aveva un talento naturale per il disegno: ricordo ancora una bella raffigurazione di Tarzan realizzata in prima o seconda elementare, e i  fumetti creati più tardi, alle  scuole medie, sceneggiati e disegnati con cura su un semplice quaderno.
La casa di Michele si trovava sulla stessa via della scuola, a circa duecento metri di distanza, in direzione di Baratili.  Ed è proprio dietro il suo cortile che si estendeva “l'Orto”, una proprietà appartenente a più famiglie destinata a diventata il nostro parco-giochi, rifugio di infiniti pomeriggi primaverili ed estivi, lo scenario indimenticabile della nostra infanzia.  
Dal sentiero a lato della casa si raggiungeva l’area dell’ex stabilimento delle gazzose, attivo fino ai primi anni Settanta (ricordo ancora le caratteristiche bottigliette di vetro con la scritta F.lli Zoncu distribuite in tutto il paese su cassettine di legno).
All’interno del fabbricato si ammassavano, accatastate un po' così alla rinfusa, decine  di cassette piene di bottigliette vuote, insieme ad attrezzature che occupavano tutto lo spazio disponibile. Nel piazzale esterno giaceva invece un mastodontico macchinario giallo, in parte arrugginito, con cinghie, grate e grandi lastre di metallo, che la nostra fantasia aveva trasformato in un “carro armato”, sul quale salivamo per condurre le “operazioni di guerra”
Nell’area adiacente, occupata in parte da un agrumeto, i reflui della fabbrica avevano formato una sorta di acquitrino permanente, che avevamo ribattezzato “la palude”. Su di esso avevamo sistemato delle passarelle con materiale di recupero per poterci giocare. Era un luogo misterioso e affascinante, che alimentava storie e avventure sempre nuove.
Più a nord dello stabilimento si estendeva infine un grande aranceto, delimitato ai lati da frangivento di cipressi altissimi, sui quali  spesso ci arrampicavamo per scrutare il panorama circostante e i tetti del paese, così da sentirci,  almeno per un attimo, padroni del mondo.
All’estremità di questo riquadro vi erano numerose piante di nespole e un gran noce; poco più oltre - là dove l’orto confinava con Su cammiu de Sant’Rabara -  sorgeva una struttura in cemento armato con un pozzo profondo diversi metri, sul cui fondo si intravedevano residui di carbone. Era ciò che restava di una vecchia fornace utilizzata in passato per produrre la calce, e che ai nostri occhi assumeva un'aura misteriosa e vagamente pericolosa.  
Il lato destro della proprietà, invece, era occupato da Su cunzau de Tzia Silvia, un ampio terreno coltivato per lo più a carciofi. All'estremità  il padre di Michele aveva costruito una stalla dove trovavano ricovero alcuni bovini. Ricordo che proprio in quel campo il mio amico aveva trovato una "figurina" dall'aspetto egittizzante, forse in avorio, sicuramente molto antica, che mi mostrò una delle prime volte che andai a casa sua: un piccolo reperto "archeologico" che aveva acceso immediatamente la nostra immaginazione.
Ecco, questa era la geografia dell'orto: uno spazio che nella nostra fantasia doveva essere difeso e protetto dai tanti  nemici immaginari. 
Come detto, qui trascorrevamo i lunghi pomeriggi primaverili ed estivi. Ci ritrovavamo quasi ogni giorno a casa di Michele, e da lì ci muovevamo verso il nostro territorio. Eravamo sempre almeno quattro o cinque amici: Fabiano, Armando, Pietro, Franco e altri ancora.
Raggiungevamo Su Cunzau de Tzia Silvia e percorrevamo il sentiero fino ad arrivare alla siepe  sul lato nord, nei pressi della stalla, dove avevamo creato il nostro quartier generale.
La siepe, larga alcuni metri, era formata da rovi, arbusti e alberi non più alti di due-tre metri; le loro cime, avvolte da rampicanti, si univano tra loro creando una sorta di collegamento naturale, simile a "nuvole" verdi sospese.   
All'interno della siepe avevamo ricavato dei passaggi e piccoli ambienti-rifugio. Uno di questi, forse il più simbolico, era "l'armeria”, dove conservavamo lance e archi con frecce di legno costruiti da noi. Ci arrampicavamo in cima agli alberi, sopra le “nuvole”, passando agevolmente da una all'altra, per controllare il sentiero sottostante e l'intera zona circostante. Era un vero divertimento!
Di tanto in tanto partivamo "in missione esplorativa" verso le altre zone dell’orto o nelle paludi di “Godzilla”, cosi ribattezzate da Michele: gli acquitrini e i canneti vicini al fiume, dall’altra parte de Su cammiu de Sant’Rabara. Erano luoghi che incutevano un po' di timore e curiosità, perfetti per le nostre escursioni avventurose.
Ricordo bene anche i giochi nel cortile di Michele e  nei magazzini, soprattutto quando erano pieni di grano e di orzo appena trebbiato che arrivava quasi fino al tetto.
All’ora della merenda, quando l’appetito iniziava a farsi sentire, tornavamo puntualmente a casa di Michele, dove sua madre ci  accoglieva in modo affettuoso, preparando dei panini che divoravamo con voracità.
Solo a tarda sera rientravo a casa, stanco ma contento,  con la mente già proiettata verso nuovi giochi e nuove avventure da vivere il giorno dopo.
Oggi quei luoghi della nostra infanzia non esistono più così come li abbiamo vissuti, inghiottiti in gran parte dalle costruzioni e dal cemento. Eppure, nonostante le trasformazioni, continuano a esistere dentro di noi.
Rimangono i ricordi, resi più intensi dalla  dalla nostalgia e dal tempo che passa: frammenti di giornate luminose, di risate improvvise, di avventure inventate.   Restano ancora le amicizie e quella sensazione di libertà assoluta che solo l'infanzia sa dare.



gl

martedì 14 aprile 2015

Còntusu: “Asutta de sa turri de Sa Mora…”





Me is tempu' passàusu, ĩ meda bìddasa de Sardìnnia, ddu-i fìada s’usàntzia de chistionai ĩ rima, e Arriora fiada fammosa po custa tradiziõi. 
Si còntada chi ũ crabarissu fìada andau a affraccai asutta de sa turri de sa Mora. 
Torrendi a pei a bidda, fiada 'stéttiu frimmau me ĩ Arriora: 
Dd’ìanta nãu: “Chi no chistiònasa ĩ rima no pàssasa de innoga!” , 
E su crabarissu: “Ma deu no isciu chistionai me ĩ rima”, 
Ah no… dèppisi chistionai ĩ rima o no pàssasa!”, dd’ìanta torrau a nãi.
Su crabarissu ddu'ìada pentzau bẽi e 'ìada fattu cùstasa arrìmasa: 

Ĩ sa turr'e sa Mora
appu ghettau ũ tiru,
sesi niedda e car'e trigu
sesi sa méllusu de Arriora


Issàrasa is arriorèsusu, 'spantàusu, dd’ìanta cumbidau a crannatza e dd’ìanta lassau sighì po bidda sua.



Traduzione:

Nei tempi passati, in molti paesi della Sardegna, vi era l’usanza di parlare in rima, e Riola era famosa per questa tradizione.
Si racconta che un cabrarese, tempo fa,  si recò a Capo Mannu, sotto la torre spagnola di “Sa Mora”, per effettuare la pesca notturna (generalmente con il termine “affraccai” si intende la pesca del polpo mediante l’utilizzo di una lampada, in acque poco profonde).
Terminato il lavoro, il pescatore si avviò a piedi per rientrare al suo paese quando, giunto a Riola, fu fermato da alcuni riolesi che gli dissero: “Se non parli in rima non puoi passare da qui!” .
Il cabrarese rispose “Ma io non sono capace di parlare in rima”. 
“Ah no… devi fare alcune rime o non ti faremo passare!” 
Il cabrarese allora ci penso bene e decantò questi versi:

Nella torre di “Sa Mora”
ho fatto un tiro
hai i capelli neri e il viso color grano
sei la più bella di Riola


Allora i riolesi, meravigliati da tanta bravura, si complimentarono e lo invitarono con la vernaccia, permettendogli poi di proseguire per il suo paese.

Testo a cura di G. Linzas


Un particolare ringraziamento a Peppino Sanna e a B. Sulas


venerdì 25 luglio 2014

Ricordi della festa di Sant'Anna a Riola






Brano tratto dal libro del Comm. Virginio Sias "Memorie di Riola Baratili Nurachi" (1986)


Grande festa a Riola per i Patroni Sant'Anna e San Martino che ricorre il 26 e 27 Luglio; San Martino si festeggia ancora l’11 novembre.
Enorme afflusso di gente dai paesi vicini compresa la città di Oristano. Per quei giorni che vengono tuttora allungati al 28 luglio, festa del Comitato organizzatore, il paese si anima, si trasforma, dimentico di ogni assillo o difficoltà. Le attrattive non mancano: fuochi d’artificio Sa Roda, nome chiaramente derivato da una girandola che per un tempo piuttosto lungo lancia in alto a intermittenza razzi e granate; nel lontano passato si poteva anche assistere alle corse dei cavalli in pista con vistosi premi, alle quali partecipavano fantini di classe fra i più noti della Sardegna, onnipresenti Cabizzeddu e Fundi ‘e cai - eterno secondo - della piazza di Oristano.
Le corse avvenivano in prossimità del centro abitato, in un vasto terreno denominato Santa Corona, di proprietà degli eredi del Sig. Enna Vincenzo. I balli sardi avvenivano in piazza, preferibilmente con un fisarmonicista di eccezione, il Sig. Efisio Luigi Mocci di Riola, che vantava anche un vasto repertorio di musiche nazionali. Egli per giunta sapeva disimpegnarsi anche come pianista. Era stato tempo addietro in America ove ne aveva fatto pratica.
Alla sera si potevano trascorrere anche momenti allegri al circo; ricordo quelli di Zavatta e Zanfretta. Non potevano mancare le gare poetiche con l’intervento di famosi poeti improvvisatori, quali Tatano Moretti di Tresnuraghes, Testoni ed altri.
Il tradizionale falò ardeva con la sua fiamma propiziatrice per tutta la durata della Festa; veniva posto nella piazzetta antistante la Chiesa, ove sorge ora il monumento alla Madonna eretto per le Missioni nel marzo 1964.
Allo svolgersi delle funzioni prettamente religiose si dava la massima importanza. Venivano invitati in ausilio al parroco locale i sacerdoti dei paesi vicini, tra i quali non mancavano quelli di Baratili, Nurachi, Cabras.
Il predicatore che veniva scelto dal Comitato organizzatore, di concerto col parroco del luogo, predicava in lingua sarda e dal pulpito.
Sino all’inizio della II Guerra Mondiale erano solitamente invitati il Canonico don Carmelo Nieddu, Priore di Bonarcado, Padre Emiliano del Convento dei Cappuccini di Oristano, l’Arciprete di Cabras dott. Sanna e una volta, per quanto io ricordi, il parroco di Berchidda dott. Pietro Casu.
Tutti erano bravi ma è mia opinione che quest’ultimo si elevasse sopra gli altri. Come è noto e non occorre dilungarsi in proposito, il sac. Pietro Casu era già famoso come poeta, scrittore e oratore sacro. In quell’unica occasione in cui a Riola ebbi la fortuna di assistere alla sua predica in onore di Sant'Anna ricordo accenti ispirati di lirismo, in un logudorese  dolce e armonioso, in lode al Creatore; e ancora più oltre quando volle magnificare il canto degli uccelli in un mattino di primavera.
[…]
Il predicatore sino al 1930 non era invitato a colazione dal Parroco che lo aveva richiesto, né dal comitato organizzatore, come tuttora avviene. Egli accettava di buon grado l’invito di amici che aveva in loco. Il Canonico don Carmelo Nieddu – che era mio padrino – ad esempio, in occasione di prediche dei S. Patroni o per altre feste religiose era sempre ospite di mio padre.
I pranzi a quei tempi - prima del 1920 - erano secondo il costume vigente scandalosamente luculliani. Ne ricordo uno: antipasto con salame e bottarga, pastasciutta con carne di manzo, pollastri di primo canto rosolati (piatto allora molto in voga), cacciagione (lepre e pernice), anguille arrosto e aragoste con salsa speciale.
Erano presenti dolci assortiti tra cui su catò, cioè il Gatoux, squisito dolce croccante alla mandorla - di chiara derivazione francese, forse fatto conoscere dai piemontesi - su cui l’esperta che lo confezionava si sbizzarriva ad effigiare presepi, figure di Santi, il Colosseo, ecc.
Il vino della cantina di casa, eccessivamente alcolico, era sempre il nero cioè il rosso, sia per l’arrosto che per i dolci; era un’abitudine inveterata e nessun sommelier dei tempi attuali sarebbe riuscito a sconsigliarne la scelta o ad imporre un idoneo accoppiamento coi cibi.
Le donne, per abitudine e tradizione, non bevevano vino. Ad un pranzo che si protrasse fino al tardo pomeriggio, partecipava anche il famoso poeta improvvisatore Tatanu Moretti, vecchio amico di mio padre che chiuse il simposio con una famosa ottava, che purtroppo oggi non sono più in grado di ricordare. In seguito venne offerto il caffè. Preciso che la vernaccia si beveva fuori pasto, mai a pranzo.
La festa o le feste perché come ho già detto si estendevano per tre e quattro giorni, come anche tuttora avviene, erano ravvivate dalla presenza di numerose bancarelle di venditori ambulanti sistemate lungo la via principale che esponevano eterogenee mercanzie, dal torrone squisito di Tonara ai mostaccioli di Oristano, ai venditori di carapigna (unico gelato conosciuto ottenuto con zucchero, limone e ghiaccio, accessibile a tutte le borse); ai venditori di coltelli e utensili vari - speciali quelli di Pattada - ai campanacci, alle trunfas (scacciapensieri), alle selle e finimenti per cavalli, all’indovino che vi preconizzava l’avvenire in un foglietto colorato estratto da un compiacente pappagallo.
Non scarseggiavano ovviamente le squisite anguille e i succulenti muggini messi ad arrostire sulla brace di carbone e serviti sempre caldi.
Erano anche presenti i venditori di noccioline, di pistacchio e di ceci abbrustoliti, che formavano la delizia dei grandi e dei piccoli, che andavano sgranocchiando su e giù per la festa.
Per l’occasione venivano concessi permessi provvisori dal Sindaco ai gestori di spacci istazzus per la vendita di vino nero, vernaccia o gazzose allora in bottiglie con le palline interne che ne assicuravano la chiusura. Is Istazzus erano di solito addossati ai muri delle case, messi su alla meglio con tende e frasche ed erano provvisti di tavole e panche per gli avventori di cui alcuni vi gozzovigliavano anche sino all’alba, bevendo e cantando, accompagnati dall’organetto o dalla chitarra.
Era ovviamente preferito per i bevitori di mestiere, su istazzu che disponeva della migliore vernaccia e a quei tempi l’oste non pensava certamente di mischiare la nobile bevanda con vino di Sicilia a scopo di lucro. Su istazzu sta oggi scomparendo, sono i bar bene attrezzati in grado di soddisfare le esigenze del nuovo cliente con gelati raffinati, bibite varie e pasticceria assortita, rese più allettanti da musiche rock.
L’epoca del pionierismo è tramontata per sempre. Qui in Campidano a stento si realizza qualche gara poetica. Sono le orchestrine che attirano il mondo giovanile attuale. Gli improvvisatori del passato, Antonio Cubeddu, Tatano Moretti, Salvatore Testoni  sono scomparsi e il loro ricordo è rimasto solo in noi ammiratori sopravvissuti.


domenica 4 maggio 2014

CÒNTUSU - SU GATTU MARRODDI


"Su gattu marroddi" è il titolo del racconto scritto dai ragazzi di Riola che hanno partecipato - tramite la Biblioteca Comuale - al concorso letterario “Pabàriu” di Paulilatino vincendo il terzo premio speciale biblioteche.
Gli scrittori, tutti molto bravi, sono: Diego Carta, Fabio Mais, Mirko Tinti e Giancarlo Utzeri, con l’aiuto di Angela Maria Melis.
Il racconto è stato scritto in Lsc (Limba sarda comuna). A noi è piaciuto tradurlo in “arrioresu”.

                                                               ********

Custu esti su contu 'scrittu de is pitzocchéddusu de Arriora chi anti partetzipau, gratziasa a sa Biblioteca Comunali, a su cuncursu litteràriu “Pabàriu” de Paui, binchendi su tertzu prémiu ispetziali bibliotècasa. 
Is iscrittòrisi, tottu meda bràvusu, funti: Diegu Catta, Fabiu Maĩsi, Mircu Tinti e Giancarlu Utzeri, cũ s’azudu de Sannora Ànzila Maria Mèlisi.
Su contu esti 'stéttiu iscrittu me ĩ Lsc (Limba sarda comuna). A nosu s’esti pràcchiu a ddu furriai me ĩ  “arrioresu”




SU GATTU MARRODDI

Crammellĩa, ũa dii, fendi ũa passillada, bidi ca a pàbasa de domu sua ddui fìada ũa ghennighedda betza de linna afarratzada. Timmarosa dd’abéridi, ìntrada e agàttada ũa cassiedda antiga.
Abetta sa cassiedda, ‘ndi bògada ũa matzocca: “Ita esti custu mateddu?” nàrada, e àndada a innui esti sa mamma a si ddu pragontai.
Sa mamma ddi nàrada: “E cussu, innui dd’asi agattau? Torrancheddu a su postu suu!!!”.
Crammellĩa issàrasa tòrrada a pàbasa de domu po ‘nchi torrai a postu sa matzocca, ma comenti abéridi sa cassiedda bidi ca ddu esti ũ muncadori puru chi imboddiada ũ cuadernu betzu, nieddu cũ is òrusu arrubiusu, tottu scrittu a mãu. Dd’abéridi e incumìntzada a lezi…
Fìada su cuadernu de sa nonna, motta ĩ s’annu chi fiada nàssia issa.
Curiosa, sìghidi a lezi… agàttada ũa pàzina sinniada cũ d'ũa origa; dd’abéridi e bidi ũa lista de nominisi de zenti, cũ d'ũa data e ũ’arughi acanta.
Curiosa pèntzada: “E poita ddu esti cust’arughi?”.
A iscùsia de sa mamma, àndada a campusantu po bì chi custa zenti esti motta deadèrusu.
Comenti s’acàttada ca su chi adi lèziu ĩ su cuadernu esti sa beridadi ũ pagu si ‘nd’assìccada, ma sìghidi a ddu lezi atottu…
A da notti Crammellĩa bisiònada tottu custa zenti motta e ddi pàridi de ddus attobiai ĩ cammĩu aintr’e dii puru.
Ũa dii attòppada ũa fèmmia ‘etza, tottu bestia de nieddu, cũ d'ũ gattu nieddu avattu. Is cumpànzusu sùusu dda funti pighendi a bribba e funti tirendi a pedra a su gattu.  Custa fèmmia dda càstiada cricchendi azudu, ma Crammellĩa no si frìmmada ca tìmmidi chi no pìghinti a bribba a issa puru e s’inch’àndada.
Sa notti ddi bèssidi ĩ su sonnu cussa fèmmia chi criccàda s’azudu suu castiendidedda a ògusu de gattu; impari cũ issa ddui fìada tottu sa zenti motta de su cuadernu de sa nonna.


A manzãu, comenti abèridi sa ghenna, ‘ndi stùppada ũ gattu nieddu chi pàridi pròppiu cussu de sa fèmmia ‘etza, e incumìntzada a dda ponni infattu ĩ dònnia logu. Dda sìghidi fìntzasa a iscolla; dd’aspèttada e ‘ndi tòrrada cũ issa.
De sa dii, su gattu ddu pòttada sèmpiri avattu; issa ddu scàtzada e issu tòrrada.
Ũa dii, cuncodrendisì po andai a iscolla, comenti si castiada ĩ su sprigu, bidi a pàbasa de issa sa puba de cussa fèmmia betza chi dda castiada cũ is ògusu de su gattu. Tottu assustrada, si furriada a castiai e bidi su gattu. Si tòrrada a castiai ĩ su sprigu e bidi ca issa puru pòttada ògusu de gattu. Si põidi a tzerriai e arrìbada sa mamma.
Sa mamma cùrridi a innui esti issa e ddi pragòntada: “Ita t’esti sutzèdiu, poita sesi tzerriendi?”.
Crammellĩa pranghendi ddi còntada de su chi adi biu. Sa mamma ddi pragòntada comenti fìada cussa fèmmia, e issa ddi nàrada ca fìada betza, frunzia e tottu bestia de nieddu, cũ is ògusu bìdrisi e ũ neũ mannu in sa punta de su nasu.
Sa mamma, tottu impentzamentada, àndada a ũ cadassu e ‘ndi bògada fotografìasa e ddas ammòstada a Crammellĩa: fìanta i fotografìasa de sa nonna a betza. Issa dd’ìada sémpiri bia cũ sa facchi de pitzocca, ca puita s’arratrattu chi ddui fìada in cusĩa fìa cussu de sa nonna candu fiada zòvana.
Sa mamma ddi pragòntada: “Ita tottu asi agattau me ĩ sa cassiedda?”.  
Crammellĩa, ancora tottu sprammada, ca puita sa nonna fìada sa matessi fèmmia chi issa ìada biu me ĩ su sprigu, dd’arrispòndidi: “Asutta de su mateddu appu agattau ũ cuaderneddu nieddu imboddiau ĩ d'ũ muncadori…”; e sa mamma: “E tui, itta dd’asi abettu?”; e Crammellĩa abàrrada muda.
Sa mamma tòrrada a nai: “E sa matzocca, torrada a postu ‘nchi dd’asi?, e issa no arraspòndidi. E sa mamma: “Issàrasa appu cumprèndiu!!”.
Oh mà…” nàrada Crammellĩa “ddu esti puru ũ gattu nieddu chi esti sighendimì de sa dii chi appu biu deadèrusu a cussa tzia”. E sa mamma: “E poita, bia dd’asi?
Crammellĩa còntada su fattu a sa mamma e issa cumprèndidi ca sa nonna esti cricchendi cancũa cosa. Sa mamma ddi pragòntada: “E su cuadernu innui ddu tèĩsi?”. Issa ‘ndi ddu bògada de innui ddu tenìada cuau e impari si pòinti a ddu lezi.
Lezendi lezendi, ‘ndi bèssidi a pillu ca sa nonna fìada ũa acabadora, e Crammellĩa pragòntada a sa mamma: “E ita esti ũa acabadora?”.  A sa mamma tòccada ammarolla a si ddu nai: “S’acabadora fìada ũa fèmmia chi azudada sa zenti chi fìada mabàdia meda a morri, e sa matzocca ddi srebìada po cussu, po ddus agabai!!”.
Issa ‘spantada meda chèridi sighì a lezi su cuadernu. Ĩ s’ùrtima pàzina is urtimusu fuèddusu fìanta: “Sa dii chi custa matzocca ndi bèssidi de sa cassiedda, app’a mandai cancũu a ‘ndi dda pigai.
E chi ad’a essi?”, pragòntada Cramellĩa; “No ddu siu”, nàrada sa mamma, “No nàrada attru ĩ su cuadernu?”.
Mi pari ca no”, dd’arrispòndidi issa.
Ĩ su mentri de sa frõesta abetta ‘nd’ìntrada su gattu, si frìgada me is pèisi de Crammellĩa e castiada a sa mamma, miauendi artziada a susu de su lettu e affèrrada sa matzocca cũ sa bucca e si ‘nchi fùidi de pressi.

                                                                    
b.s. & g.l.

sabato 30 novembre 2013

La radio a Riola: RADIO RIOLA SOUND - di Gilberto Linzas

Nel 1980 le radio libere spopolavano nell’etere: un fenomeno strettamente legato alla musica e alla cosiddetta “controcultura”, che contagiava i giovani in tutta Italia. Le radio libere sfruttavano le aperture e le possibilità offerte dal vento di libertà e di anarchia degli anni Settanta.
Anche nei paesi della nostra provincia  - da Oristano a Terralba, a Cabras, fino ai centri più piccoli -  i giovani scoprivano un nuovo modo di comunicare grazie alle radio, che nascevano con estrema facilità. Bastavano poche attrezzature semplici: un amplificatore di pochi watt, un’antenna, un mixer, due piatti, un registratore a cassette e qualche disco. E il gioco era fatto.

Ex sede di Radio Riola Sound (oggi Locanda Liliana Bellu)

Nasceva così, in quel contesto, anche la prima e unica radio libera del paese: “Radio Riola Sound”, con sede nell’ex caserma dei carabinieri di via Roma, la storica palazzina di fine Ottocento allora di proprietà dei fratelli Nicola e Vincenzo Carta.
Lo studio di trasmissione si trovava al primo piano, accanto al laboratorio fotografico. Ricordo ancora la piccola postazione radiofonica, delimitata da un separé di canne, tappezzato di adesivi e poster, dotato di un piccolo finestrotto rettangolare. Alla conduzione dei programmi  si alternavano i ragazzi che avevano dato vita all'emittente: Ezio e Mauro Saba, Ercole Mastinu, Tiziano Porta, Berto Daga, Angelino Zichi, Cinzia Maiorca e altri ancora.
Al piano terra dell'edificio, nella prima stanza a sinistra, si trovava la biblioteca del Centro di Cultura Popolare UNLA, con Benedetto Sulas che fungeva da bibliotecario;  nella grande sala d’ingresso, invece, campeggiava un grande tavolo da ping-pong sempre occupato.
Avevo dodici anni e frequentavo le scuole medie. Nel pomeriggio mi sintonizzavo sulle frequenze di Radio Riola Sound e ascoltavo i programmi che erano fatti soprattutto di dediche, intervallate dalle pubblicità  delle attività commerciali del paese. Andavano in onda i successi italiani e stranieri del momento (una delle voci che ricordo con più simpatia è quella di Ercole Mastinu, scomparso troppo presto, alcuni anni fa).
Ogni tanto mi recavo nella sede della radio, affascinato da quell'ambiente così vivo, interessante e divertente, che rappresentava un punto di ritrovo per tanti giovani del paese.
Purtroppo l’esperienza della radio non ebbe vita lunga: durò forse un anno o poco più, e non saprei dire, di preciso, per quali ragioni si concluse.
Gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, per come li ricordo io, furono comunque un periodo di grande fermento culturale. A Riola il Centro di Cultura era attivo su molti fronti: teatro, laboratorio fotografico, attività sportive. Molti giovani, appassionati di musica, iniziavano a suonare strumenti e a formare piccole band, i “complessini”, come si diceva allora. Ci si riuniva per provare in vecchi locali, magazzini, cantine. Ricordo in particolare le prove di un gruppo nell’ex macelleria Putzolu, sulla via principale,  vicino al "Bar Vernaccia Enna" gestito da Tzia Maria Pinna  (anche questo un locale "storico") punto di   ritrovo di giovani,  ormai chiuso da tempo.
Era anche il periodo delle discoteche e di Sa Barritta, affollata di novelli John Travolta. Ma questa è un’altra storia.

di Gilberto Linzas


lunedì 12 novembre 2012

RICORDI DI VIAGGIO: NEW YORK E MONTREAL - di Giuseppe Mocci

Nel mese di gennaio del 1973, l’Ente Sardo Industria Turismo (ESIT) programmò la promozione turistica da svolgere a New York (Stati Uniti) e a Montreal (Canada).
Il programma venne concordato con l’Assessore regionale al Turismo e con l’Alitalia. Ancora una volta, il Presidente dell’Ente mi incaricò di svolgere il programma con la collaborazione dei soliti funzionari e interpreti.
Partimmo da Roma, con un volo diretto per New York che durava otto ore. Ricordo la noia, interrotta, ogni tanto, dalla visione di qualche film.

New York

Atterrati nel più grande aeroporto del mondo, il nostro aereo rullò per oltre mezz’ora, per portarci all’arrivo; il numero degli aerei parcheggiati era enorme, il frastuono insopportabile.
Fummo trattenuti alla Dogana almeno un’ora; gli agenti eseguirono un controllo severo, mai visto in tutte le altre città del mondo occidentale; un controllo puntiglioso quasi quanto quello praticato dai Russi a Berlino.
Arrivammo in questa grande metropoli di mattina; faceva un freddo cane. Le strade erano ghiacciate e il traffico spaventoso. Il nostro convegno si svolse il giorno dopo nel grande albergo che ci ospitava. Questo era un grattacielo nel quartiere di Manhattan; la mia stanza stava al settantacinquesimo piano, mentre il salone riservato per il nostro lavoro era al primo piano, dove c’erano almeno altri dieci saloni.
Grazie alla preziosa collaborazione della nostra Ambasciata e dell’Alitalia, la promozione della Sardegna fu ben accolta. 
Come al solito, il nostro lavoro si svolgeva di mattina e si concludeva con un ricco rinfresco. La sera era dedicata a incontri con personaggi importanti per il nostro lavoro o alla scoperta della città. Come è noto, New York è una città multietnica: in maggioranza americani di origine europea, ispanica, afroamericani e asiatici.
Il nostro interprete (triestino) aveva dei cugini newyorkesi e, giovanissimo, aveva vissuto alcuni anni in America. I cugini erano i due figli di un suo zio, sposato con un’afroamericana; il maschio era bianco, mentre la femmina era negra. Entrambi parlavano benino l’italiano.

Veduta dall'alto di Central Park 

L’incontro con questi due giovani fu una fortuna inaudita. Essi, infatti, con una grande automobile ci portarono in giro per la città e, grazie a loro, potemmo vedere il quartiere di Manhattan, dove visitammo il famoso grattacielo dell’Empire State Building, il Central Park e il Rockefeller Center.
Siamo stati anche nel quartiere di Harlem, abitato dagli afro-americani. Abbiamo visitato, poi, il Museum of Natural History, uno dei più grandi musei di storia naturale del mondo, Times Square e altri centri importanti della città, sempre in auto. A piedi si poteva percorrere solo qualche decina di metri, perché le strade erano ghiacciate e si scivolava.

Curiosità:
Una mattina, subito dopo la colazione, dovendo telefonare ad un dipendente della nostra Ambasciata, mi recai in una delle tante cabine telefoniche, vicine al ristorante; qui però dovetti aspettare qualche minuto, per la presenza di altre persone.  Fra queste, davanti a me, c’era anche una coppia; mi sembravano marito e moglie. Parlavano a bassa voce e, quindi, non potevo capire la loro lingua; ma i loro abiti mi sembravano abbastanza noti.
Improvvisamente un signore che usciva dalla cabina inciampò e cadde addosso alla signora, che stava davanti a me. Questa imprecò la malasorte in sardo logudorese. Meravigliato, le chiesi in italiano di conoscere i motivi della loro presenza a New York e lei, a sua volta, mi domandò se fossi italiano. Alla mia risposta “Si, sono italiano e sardo come lei”, la signora mi raccontò in logudorese: “Io e mio fratello siamo nuoresi. La mia famiglia, assieme ad altre del Nuorese, usa venire qua da tanti anni, già prima della guerra del 1940/45, per controllare l’andamento del mercato del pecorino sardo. Ogni anno, a turno, viene qui un nostro rappresentante, quest’anno è il nostro turno.”.
Rimasi sbalordito. Dall’aspetto, questi due non mi erano sembrati certamente uomini d’affari. Lei vestiva una gonna lunga nera, con un grande scialle sulle spalle e un fazzoletto grigio sulla testa; il fratello vestiva un abito grigio di fustagno e aveva in mano il classico berretto barbaricino. Sembravano una coppia perfetta di un qualsiasi paese della Barbagia, vestita a festa.   Il mondo così grande una volta, nel ventesimo secolo è diventato piccolo grazie all’aereo. A dimostrazione di ciò, ricordo con molto piacere che negli anni 70 del secolo scorso incontrai all’estero, ad Amsterdam in Olanda, un altro sardo, un mio paesano, un certo Ignazio Orrù.

Da New York, sempre in aereo, raggiungemmo Montreal (in Canada), una grande città abitata in maggioranza da oriundi francesi.
All’Ufficio Dogana dell’aeroporto, se non si dichiara di avere qualcosa da pagare, si passa liberamente; non si controlla nemmeno il passaporto, come avviene, oggi, nei paesi dell’Unione Europea.
Io venni a sapere, dopo, che questo trattamento veniva riservato solo ai passeggeri provenienti dall’America settentrionale (U.S.A.), dove i controlli erano severissimi.
Com’è noto, il Canada è stato prima colonia francese, fino al 1763, poi inglese. Esso ottenne l’indipendenza completa solo nel 1982; in precedenza faceva parte del Commonwealth del regno di Gran Bretagna. Nel 1972 il loro Sovrano era la Regina Elisabetta II; era uno Stato federale, una democrazia parlamentare e una monarchia costituzionale. Il Canada è, dopo la Russia, il paese più esteso del mondo e comprende dieci Province e tre Territori nella parte nord dell’America settentrionale. A Montreal svolgemmo il nostro lavoro in un bel salone di un nuovissimo grattacielo, con tanta gente importante invitata dalla nostra Ambasciata e da Alitalia; la promozione fu un successo.
Anche in questa città, dove si parlano due lingue (francese e inglese), incontrammo molti personaggi importanti. Fra questi un italo-canadese, il più grosso commerciante di vini italiani in Canada e U.S.A. Io, allora, ero Vice Presidente della Cantina della Vernaccia di Oristano e ne approfittai per raccomandargli il nostro vino Vernaccia; addirittura lo misi in contatto con la Cantina, per un’eventuale collaborazione. Ricordo che, a causa dell’eccessiva burocrazia italiana, spesso non aggiornata in materia, non si riuscì a concludere nessun affare.

Montreal - una delle poche vie storiche rimaste

Curiosità:
Appena entrati in città, per raggiungere il nostro albergo, notammo che Montreal, allora, era in pieno sviluppo urbanistico; si costruivano ampie strade e tante nuove case: grattacieli.
Interi quartieri, costruiti negli anni 1700/1800 (tipo i nostri quartieri di Castello e Marina a Cagliari), venivano demoliti e ricostruiti. Le gru erano tante e tutte in movimento, i cantieri pieni di lavoratori. Ricordo di aver letto, sulle recinzioni dei cantieri, dei cartelloni enormi con scritte a caratteri cubitali: “Se cerchi lavoro, presentati in cantiere o telefona al n…………..” . 

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas

venerdì 2 novembre 2012

Ricordi di Viaggio: Londra, Edimburgh e Glasgow - di Giuseppe Mocci


Glasgow

Nei primi anni del 1970 l’Ente Sardo Industria Turistica (ESIT) proseguì la promozione turistica della Sardegna nel Regno Unito; città interessate: Londra, Edimburgo e Glasgow
Anche allora fui incaricato di intensificare l’attività di promozione turistica, secondo il programma Esit-Regione, dato il notevole incremento dell’arrivo di turisti inglesi in Sardegna e, soprattutto, ad Alghero
Il primo appuntamento era stato fissato a Londra, dove il delegato dell’Ente Italiano per il turismo (ENIT) era molto attivo e bene introdotto nei vari ambienti londinesi. 
Nel solito Hotel, si svolse il nostro programma: conferenza, proiezioni delle belle spiagge della nostra isola (il motto era: “Una spiaggia tutta per te”) e incontro con gli operatori turistici inglesi. 
Di sera, finito il lavoro, feci un breve giro in città per acquistare una pipa di marca, da portare in regalo a un caro amico fumatore. La comprai in un famoso negozio, elegante e ben assortito, dove si vendevano articoli da regalo, bellissime pipe e ottimi tabacchi per le stesse. 
Il titolare, un signore anziano molto gentile, vedendomi particolarmente interessato agli articoli esposti, si avvicinò e mi disse che le sue pipe, le migliori al mondo, venivano fabbricate con materiale proveniente dall’Italia e precisamente dalla Sardegna. 

Curiosità:
Il titolare del negozio mi disse che il contenitore interno delle pipe, la parte più importante, era di radica sarda (la radice dell’erica arborea). 
Al rientro in Sardegna, consegnata la pipa e una busta di tabacco speciale all’amico, chiesi a diversi fumatori se conoscessero la storia di questo strumento. Tutti mi risposero di non conoscerla. 
Pensai ad una storiella inventata dal londinese; invece la storia della radice dell’erica sarda era esatta. Infatti, qualche giorno dopo il mio rientro da Londra, lessi sull’Unione Sarda che in Ogliastra c’erano (e ci sono ancora) artigiani che lavoravano la radice dell’erica e la spedivano a Londra, dove gli artigiani inglesi completavano la lavorazione della pipa, facendone dei capolavori molto apprezzati. 

Finito il lavoro a Londra, io e i miei collaboratori, compreso il delegato italiano per il turismo, partimmo in aereo per la Scozia, Glasgow. 

Punto di informazione Turistico

La Scozia, che occupa la parte settentrionale della Gran Bretagna, in inglese è chiamata “Scotland”, in Gaelico (seconda lingua parlata) “Alba”. Anticamente chiamata Caledonia, era un regno indipendente, che dovette combattere per tantissimi anni contro l’Inghilterra, che voleva sottometterla. 
Fra tutte le guerre, la più famosa e cruenta è quella del 1298, conclusa con un’enorme carneficina da entrambe le parti (Edoardo re degli inglesi e William Wallace, comandante degli scozzesi) nella battaglia di Falkirk, vinta dagli inglesi. Ma gli scozzesi non si arresero e continuarono la lotta (con scorrerie ed imboscate) riuscendo a rimanere indipendenti fino al 1603, quando i due regni si unirono dinasticamente. Infine nel 1707, col famoso “Atto di Unione” la Scozia entrò a far parte del Regno di Gran Bretagna, assieme ad altre tre nazioni (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord). Oggi ogni nazione ha il suo parlamento autonomo, ma a Londra, in Inghilterra, c’è il Parlamento del Regno di Gran Bretagna. 
Il lavoro a Glasgow durò un solo giorno, ma fu un successo. Della promozione turistica per la Sardegna ne parlarono, il giorno dopo, alcuni fra i più importanti quotidiani. 
Da questa grande città scozzese, la seconda per abitanti ma senz’altro la può importante economicamente, ci recammo con un taxi a Edimburgo, la capitale, dove ripetemmo il nostro programma. Qui, però non trovammo lo stesso entusiasmo di Glasgow. 
Durante la permanenza in Scozia visitammo, in un piccolo paese, una fabbrica di whisky, molto antica ma sempre in attività frenetica. Gli operatori ci spiegarono i loro metodi di lavorazione, ci mostrarono le materie prime impiegate e gli ingredienti usati (mosti fermentati di orzo, granturco e avena). 
L’ultima sera di permanenza a Glasgow, gli amici inglesi del gruppo di lavoro ci portarono a cena in un grande e famoso locale notturno. Qui, oltre alla cena, si poteva ascoltare buona musica e ballare. Noi eravamo interessati solo alla cena, che venne servita fino a mezzanotte, quando l’orchestra suonò l’inno nazionale; tutti si alzarono in piedi e le cucine furono chiuse. 
Subito dopo, molti clienti, gli anziani, lasciarono il locale, mentre le coppie giovani o di mezza età ballarono fino al mattino. Noi rimanemmo ancora un’oretta per vedere l’usanza degli scozzesi. 

Curiosità:
Generalmente le donne cambiavano spesso ballerino, anche perché i loro mariti erano ubriachi e addormentati su comodi divani. Della circostanza ne approfittarono i ballerini arrivati dopo cena e privi di consorte. Queste nuove coppie ballarono allegramente e, spesso, qualcuna si allontanava dalla sala per una decina di minuti; i locali dei servizi (bagni e toelette) erano sempre affollati… 



Sosta nei pressi di Edimburgo

La mattina seguente, eravamo diretti all’aeroporto, per il rientro in Italia, quando, nei pressi di Edimburgo, il taxista si fermò davanti a un gran monumento e iniziò a parlarci della grande battaglia che si svolse in quei paraggi fra Scozzesi e Inglesi: la battaglia di Falkirk.
Noi due non riuscimmo a trattenere una sonora risata, che non fu gradita dal nostro taxista. Allora spiegammo allo scozzese che la nostra risata era dovuta solo al fatto che anche noi stavamo parlando di quella battaglia. L’autista, allora, si compiacque con noi, meravigliato per le altre notizie storiche che gli fornimmo.

Curiosità:
Gli scozzesi mi sono apparsi molto aperti; loquaci come i napoletani e ribelli verso il Regno Unito di Gran Bretagna. Mentre gli inglesi, com’è noto, sono chiusi, taciturni e fieri della loro antica ricchezza e potenza.

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas

venerdì 5 ottobre 2012

RICORDI DI VIAGGIO: LONDRA - di Giuseppe Mocci


Londra Tower Bridge

Nel 1969, dopo il viaggio in Spagna, venni delegato dal Presidente dell’ESIT per partecipare a un altro convegno internazionale sulla promozione turistica, che si teneva in Inghilterra, a Londra. Dopo gli opportuni e doverosi accordi con l’Assessorato Regionale al Turismo, l’Esit preparò il programma e incaricò il direttore generale, dott. Giuseppe Loy Puddu, di accompagnare il consigliere delegato.
Io, allora, conoscevo benino l’inglese, per averlo studiato nove anni, tra Scuola Media, Ginnasio e Università, ma non ero mai stato in Inghilterra. Quindi, in quell’occasione, ripresi i libri in mano per un ripasso e usai un registratore per esercitarmi a parlare l’inglese.
Partimmo in aereo (volo Cagliari-Roma-Londra), io e il direttore Loy, ormai diventato mio grande amico (*).  A Roma (dove ci imbarcammo per Londra), l’amico mi diede alcune raccomandazioni riguardanti le modalità da seguire alla Dogana inglese. Una, in modo particolare, la ricordo ancora e mi fa sempre sorridere. “Guarda che - disse Loy - l’agente della Dogana ti domanderà, primo: "Per quale motivo Lei viene in Inghilterra?" Poi, il medesimo agente ti chiederà: "Quanto tempo lei desidera rimanere in Inghilterra?"”.
Arrivati all’aeroporto di Heathrow-Londra (la città dispone di otto aeroporti), all’ufficio della Dogana, l’agente, dopo aver guardato il mio passaporto, gentilmente mi chiese: “Quanto tempo lei desidera rimanere in Inghilterra?” Io, precipitosamente, risposi: “Per turismo!”, secondo la raccomandazione dell’amico Loy. Seguì una sonora risata da parte di entrambi per la mia risposta errata; l’agente, sempre molto cortese, mi augurò le migliori vacanze.
Poiché i lavori del convegno si tenevano sempre di mattina, nel pomeriggio si andava in giro per la città, per vedere le meraviglie di questa grande metropoli (oltre otto milioni di abitanti).
Un pomeriggio, di venerdì, mi avventurai da solo per andare a vedere il quartiere dove c’era il nostro Hotel: Regent Street.

Piccadilly Circus

Armato di carta topografica della città e fatto tesoro dei suggerimenti dell’amico Loy (che mi disse anche: “Giuseppe sta attento, Londra non è Oristano!"), mi avviai per Piccadilly Circus, vicinissima all’Hotel. Da questa grande piazza, nel centro di Londra, bella e interessante per tutto quello che la circonda, m’inoltrai nel vicino quartiere di Soho, dove vidi tanti Pub, Bar e trattorie (molte gestite da italiani). 
Prima del tramonto, individuato sulla carta il punto in cui mi trovavo, decisi di rientrare in Hotel. Non mi ero accorto, però, di essermi allontanato parecchio, perché non arrivavo mai a Piccadilly Circus. Inoltre la mia curiosità era catturata da tutto quello che avveniva lungo la strada. Una cosa che m’impressionò non poco fu la puzza di alcool davanti ai Pub e ai Bar; spesso il marciapiede era ostruito da persone ubriache. Assistetti anche all’intervento dei vigili urbani per portare via un ubriaco; questi fu sollevato dal marciapiede e caricato, come un sacco di patate, nel furgone dei vigili. In quel momento mi ricordai del mio professore d’inglese al Ginnasio, il quale aveva raccontato che gli operai inglesi, il venerdì sera ritirano la retribuzione  e, subito dopo, si recano nel più vicino Bar o Pub e si ubriacano.
La mia curiosità, quindi, mi causò un forte ritardo; allora cercai di fermare un tassì, ma inutilmente; ne passarono tanti. Nessuno si fermò alla mia richiesta, con la mano alzata. Seppi poi che i tassisti non si fermano mai per prendere clienti uomini il venerdì sera, per paura di avere a che fare con ubriachi.
Intorno alle ore ventitré, finalmente, riuscii a rientrare in Hotel.
Il convegno durò tre giorni ed io ebbi la possibilità di visitare, tra l’altro, il British Museum, Buckingham Palace (residenza ufficiale della Regina) e la Torre di Londra (fortezza, abitazione, prigione medioevale).

Foto: momento del Convegno Internazionale sul Turismo di Londra 

Torre di Londra

Curiosità: oggi in un locale della Torre sono custoditi i gioielli della Corona; nel 1587 vi fu imprigionata e giustiziata Maria Stuarda; sulla Torre vivono da sempre molti corvi (durante l’ultima guerra questi uccelli furono uccisi dallo shock subito durante i bombardamenti). Anche per i corvi della Torre una credenza popolare vuole che questi uccelli siano sempre presenti, pena la fine di Londra; per questa popolare credenza l’amministrazione della Torre provvede per la loro vita e per il ripopolamento.  
Altra curiosità strana e, penso, unica al mondo: nelle tradizionali trattorie popolari inglesi si paga il conto prima di mangiare; quando il cameriere arriva con le portate non le posa sul tavolo finché non si paga il conto.         
In quei pochi giorni di soggiorno londinese potei visitare anche i vari e vasti giardini cittadini: Hyde Park, Kensingthon Gardens, confinante col primo; Green Park, vicino al Palazzo reale.
Dopo questo viaggio, sono tornato a Londra altre volte, per gli stessi motivi o in villeggiatura con mia moglie e amici. Sono stato anche in Scozia. Di questi viaggi racconterò, prossimamente, di due episodi straordinari; uno capitato a Londra e l’altro in Scozia.

Note:
(*) Il dott. Loy Puddu lascerà poi l’ESIT per l’insegnamento universitario e come docente finì la sua brillante carriera presso l’Università “La Cattolica” di Milano, dopo aver ricoperto cattedre in varie città europee. Nel 2002, su mio invito, l’esimio prof. Loy venne a Oristano, dove, presso l’Università della Terza Età, tenne un’interessante lezione sul “Turismo in Sardegna”, molto apprezzata.

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas

lunedì 24 settembre 2012

RICORDI DI VIAGGIO:GIBILTERRA E ANDALUSIA - di Giuseppe Mocci


Gilbilterra (foto Wikipedia)

Nel mese di Agosto del 2003, mi trovavo con mia moglie in Spagna, in Andalusia (dall’arabo “Al Andalus”). In quella occasione, ho visitato quasi tutta la regione, in pullman e in auto; grazie anche alle nuove e comode autostrade costruite di recente. 
Siamo partiti con un volo diretto da Cagliari per Malaga, grande e meravigliosa città sul mare, con circa un milione e mezzo di abitanti. Qui ci siamo trattenuti un giorno e abbiamo ammirato i suoi monumenti, soprattutto la grandiosa cattedrale di stile gotico. 
Il giorno dopo, siamo giunti a Siviglia, capitale della regione andalusa con oltre un milione e ottocentomila abitanti; un’altra perla spagnola, dove abbiamo ammirato il famoso ALCAZAR, palazzo-fortezza dei Re cattolici; abbiamo anche fatto una passeggiata lungo il fiume Guadalquivir, dove è ubicata la famosa “Torre dell’oro”, in cui veniva depositato il prezioso metallo proveniente dalle Americhe nel XVI secolo. 
Dopo Siviglia, abbiamo raggiunto Granada attraversando la Sierra Nevada (la più alta montagna spagnola, sede di numerose stazioni sciistiche). In questa città abbiamo visitato, con particolare interesse, l’ALHAMBRA, splendido palazzo moresco con tanti spettacolari giardini. La città, che oggi conta oltre ottocentomila abitanti, è stata liberata dai berberi nel 1492 (fu l’ultima a liberarsi dal giogo berbero). 
Lungo l’autostrada, a sud di Malaga, abbiamo poi visitato diverse località a vocazione turistica; quasi tutte sorte nell’ultimo decennio come villaggi turistici, tipo Costa Smeralda e Villasimius in Sardegna. Questi villaggi, sono diventati, oggi, vere città, con un movimento turistico straordinario. 

Granada, Alhambra

Il giro per l’Andalusia lo abbiamo fatto in pullman e in taxi. Il tassista, che ci ha portato da Torremolinos a Marbella, era molto loquace e ci ha parlato, in modo particolare, della guerra secolare degli spagnoli contro gli invasori arabi (berberi) e dell’annosa rivendicazione su Gibilterra
Quest’uomo, nella sua esposizione, non era molto preciso; non era certo uomo di cultura elevata. Non ricordava o non conosceva bene la storia di Granada, né quella di Gibilterra (possedimento inglese in terra spagnola). In merito a quest’ultima località, abbiamo fatto una lunga discussione ed io gli ho fatto notare che anche la Spagna, come l’Inghilterra, occupava un territorio di un’altra nazione: Ceuta e Melilla sulla costa mediterranea del Marocco, a breve distanza dello stretto di Gibilterra. Il tassista, meravigliato per le mie conoscenze storiche del suo paese, abbozzò un sorriso di compiacimento e, su mia richiesta, ci condusse alla stazione dei pullman. Da Marbella partimmo per Gibilterra, o, come la chiamano gli spagnoli e gli inglesi, GIBRALTAR. Questo nome deriva da Tariq ibn Ziyad, il condottiero berbero che conquistò la Spagna nell’VIII secolo d.C. Egli, infatti, sbarcò nel 711 con le sue truppe nelle spiagge attigue ad una collina e da lì incominciò l’invasione della Spagna. In questa collina (alta 426 m.), che i berberi chiamarono monte (Jabal Tariq = Monte di Tariq) fu costruita la prima loro fortezza. Oggi questa città delimita il famoso stretto di Gibilterra (anticamente chiamato “Le Colonne d’Ercole”) che mette in comunicazione l’oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. 
Prima dell’apertura del canale di Suez, questo stretto costituiva l’unico sbocco del Mediterraneo; per questa ragione aveva grande importanza militare e commerciale. Da allora l’Inghilterra mantiene il possesso di Gibilterra, mentre la Spagna tiene le città di Ceuta e Melilla, in Marocco, proprio di fronte a Gibilterra. Sia Ceuta che Gibilterra sono oggi porti molto importanti. 
Gibilterra è una piccola città, che non supera i trentamila abitanti, autosufficiente economicamente. Per secoli la città fortezza ha sofferto la sete; i gibilterrini bevevano l’acqua piovana raccolta in cisterne o in grossi recipienti di terra cotta. Ora la città dispone di un grande dissalatore e l’acqua scorre abbondante in tutte le case e nelle pubbliche fontane. 
Gibilterra è oggi un centro turistico frequentatissimo. Arrivando dalla Spagna, lungo una bellissima autostrada, decine e decine di pullman sostano, tutti i giorni, obbligatoriamente, in un enorme piazzale. Non si può entrare direttamente nella città, nemmeno in automobile. Tutti devono fermarsi nel piazzale, sostare l’automezzo e passare in Dogana per il controllo del passaporto, o della carta d’identità per i turisti provenienti dai paesi dell’Unione Europea. Per entrare in città, a causa delle sue strade molto strette si è costretti a prendere un tassì o uno dei tanti minibus, naturalmente a pagamento. La maggior parte dei turisti viaggia con i pullmini, perché questi costano poco, passano dappertutto e le loro fermate si trovano in zone interessanti da vedere. 
L’ultima fermata dei pullmini si trova in alto, alla fine della città, a sud, di fronte all’ingresso di una grande caverna, dentro la quale si tengono spettacoli teatrali e musicali. Nelle vicinanze di questa caverna e lungo i viali adiacenti vivono le uniche scimmie semi-selvagge d’Europa: i macachi o bertucce, scimmie docili con una corta coda non prensile, originarie dei paesi magrebini. 

Macaco di Gilbilterra (foto wikipedia)

Secondo la credenza popolare, il Regno Unito (l’Inghilterra) manterrà il possesso di Gibilterra finché qui saranno presenti le bertucce; in proposito è famoso il ripopolamento con esemplari provenienti dal Marocco ed Algeria, ordinato nel 1942 dal Primo Ministro inglese, Wiston Churchill
Queste scimmie diventano aggressive nei riguardi delle persone (le signore in particolare) che indossano ampi copricapo o portano borse. Le bertucce saltano addosso a queste persone per rubare cappelli e borsette, nella speranza di trovare qualcosa da mangiare. 
La città è ancora abitata da molti berberi, che dispongono anche di una grande Moschea, ma fuori città. Gibilterra è oggi una città multietnica, tutta dedita ai commerci; nei numerosissimi ristoranti e trattorie si mangia bene e a prezzi onesti.

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas

mercoledì 19 settembre 2012

RICORDI DI VIAGGIO: LA SPAGNA - di Giuseppe Mocci

Nel 1969, in pieno regime dittatoriale del generale Francisco Franco, mi recai in Spagna, per ragioni di lavoro. Allora, infatti, ero Assessore al Turismo della Provincia di Cagliari e come tale fui invitato dal Presidente della Regione Sardegna a partecipare ad un grande Convegno internazionale sul Turismo che si teneva a Barcellona
La Regione, tramite l’Assessorato al Turismo (E.S.I.T.) organizzò, con la Provincia di Cagliari, un nutrito programma, tutto incentrato sulla promozione turistica dell’Isola.
Fu invitata anche l’Università di Cagliari, rappresentata dal noto professore di Storia medievale della Sardegna e primo ricercatore a Barcellona sull’argomento: Alberto Boscolo.
Il primo giorno nella città spagnola ci furono le presentazioni dei vari rappresentanti stranieri alle autorità: il Sindaco di Barcellona, il Presidente della Provincia, l’ambasciatore e il ministro per il Turismo.
La sera ebbi la fortuna di conoscere il responsabile dell’Ufficio Turistico Italiano a Barcellona: il Barone Giulio Apiccella, persona gentilissima e gran conoscitore della società spagnola. Giulio, che da allora divenne mio grande amico (in seguito lo ospitai assieme alla bellissima moglie italiana ad Oristano), mi mise a disposizione un interprete-guida per visitare la città di Barcellona.
Questa guida, laureata in lettere, era veramente molto brava e preparata, tanto che io, dovendo intervenire al Convegno, ne approfittai per chiedergli di aiutarmi nella stesura del mio discorso sotto l’aspetto linguistico spagnolo, perché avevo deciso di parlare quella lingua.
Il mio progetto riuscì a pennello. La sera dedicata alla Sardegna nel predetto convegno, nella bellissima terrazza dell’Hotel che ci ospitava, presi la parola, parlando in spagnolo; non se lo aspettava nessuno, lo sapeva soltanto la guida.

Intevento di G. Mocci al Convegno di Barcellona

Parlai della Sardegna, di Martino il Giovane, Re d’Aragona, morto e seppellito nella cattedrale di Cagliari, di Carlo V, che fece costruire le torri costiere per la difesa dai saraceni; di Cagliari, capitale del Regno Sardo-Catalano-Aragonese, durante la lunga dominazione spagnola dal 1323 al 1710/20. Parlai soprattutto di Alghero, città fondata dai genovesi, i Doria, e occupata dai catalani nel 1353/55, con l’ausilio delle truppe Mariano IV d’Arborea. Al riguardo, ricordai che i catalani cacciarono da Alghero tutti i sardi, la fortificarono e la riempirono di catalani.
Essi vi rimasero fino al 1710/20, come cittadini spagnoli; ora, i discendenti degli stessi sono ancora catalani, parlano il catalano ma sono cittadini italiani. La città di Alghero, dissi in chiusura, è una città bellissima, diventata famosa e visitata da moltissimi turisti italiani, francesi, inglesi e tedeschi. Seguì, infine, un invito a venire in Sardegna: “Venite anche voi ad Alghero!”.
Al termine del mio intervento vi fu un lungo applauso e l’amico Apiccella, all’inizio preoccupatissimo, mi abbracciò commosso. Si avvicinarono poi a me tante persone spagnole, per congratularsi e chiedermi molte altre informazioni storiche; tanti non conoscevano la Storia dei Catalani di Alghero.

Congratulazioni al termine dell'intervento

Il convegno durò alcuni giorni, ed io ebbi la possibilità di visitare la città di Barcellona. Gli amici spagnoli mi portarono a vedere la Cattedrale del XIII secolo, di stile gotico, che si trova nel centro storico, detto “El Barrio Gotico”.
Di questa Cattedrale io ho un ricordo bellissimo: alle ore dodici, alla fine della messa, nella grande piazza antistante (pratza e cresia), si usava ballare la “Sardana”, una danza tipica catalana, forse di origine sarda; infatti, rassomiglia a un ballo sardo, lento. Poi visitai la famosa Sagrada Familia, il TibiDabo, Montjuic, Las Ramblas e le varie opere del famosissimo architetto Antonio Gaudì, catalano, progettista anche della Sagrada Familia, i cui lavori iniziarono, sotto la sua direzione nel 1882 e, ancora oggi, non sono ultimati.
Visitai anche il famosissimo Monastero benedettino di Montserrat, nella cui chiesa è adorata la “Moreneta” (la Vergine Maria), una statua lignea molto antica e abbrunita (moreneta) dal fumo, causato dall’incendio appiccato durante la guerra civile dai comunisti. Questa Vergine viene adorata da tanto tempo anche in Sardegna.
Sono tornato altre volte in Spagna, con mia moglie, nel 1977 e nel 2003. Nel 1977 ho visitato l’Isola di Maiorca, in lungo e in largo e l’ho trovata molto bella.
Nel 2003, invece, ho visitato tutta l’Andalusia, fino a Gibilterra; regione interessantissima e bella. Rispetto alla mia prima visita, nel 2003, ho potuto notare che la Spagna aveva fatto passi da gigante, sotto tutti gli aspetti. Ma di questi progressi parlerò in un prossimo capitolo dedicato a “Gibilterra”.

Testo di Giuseppe Mocci - Tutti i diritti riservati
Editing G.Linzas