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lunedì 8 dicembre 2014

Appunti sul dialetto riolese - n. 1


Appunti della prima lezione del corso di Lingua sarda campidanese - variante riolese  (lezione del 04-12-2014 - docente Benedetto Sulas).


Scusozu (riol) → tesoro (ita)


Is paràula mànnasa (antiga pregadoria sadra)

- Paràula manna mi ‘nd’asi a nãi ũa (su dimòniu)

- Esti pru’ forti su soi chi no sa lũa (su pòburu)


L’ACCENTO  

può essere:
- tonico (nel parlato)
- grafico (nello scritto)

Nel parlato, come nello scritto, l’accento cade sempre sulla vocale tonica.
Quando scriviamo in lingua sarda è obbligatorio indicare l’accento solo quando cade sulla terz’ultima sillaba; es.:

- Òmmini;

- Fèmmia

- Crésia

- Càbudu


LA VOCALE PROSTETICA:

E’ la vocale che si aggiunge all’inizio di una parola o di un nome rafforzando la consonante iniziale; è un fenomeno linguistico tipico del dialetto riolese. Es.:

- Riora → Arriora

- Ramedio → Arramèdiu

- rosa → arrosa

- ratza → arratza


LA VOCALE PARAGOGICA:

E’ la vocale che si aggiunge alla fine di una parola o di un nome. Nel plurale si utilizza sempre.
Es.:

- mànnasa

- pittìcasa

- pùddasa

- cabõisi

Nelle regole della LSC (Lingua Sarda Comune) scritta, l’utilizzo della vocale paragogica non è consentito.


LA METAFONESI:

E’ una legge linguistica per cui l’apertura o meno di una vocale dipende dalla vocale che segue (salvo alcune eccezioni).
Es:

- mésu

- pésu

- mèsa

- pèsa

Nei primi due casi (mésu e pésu) la - e - è chiusa perché la vocale che segue è anch’essa chiusa (la - u - è sempre chiusa).
Stesso discorso per “mèsa” e “pèsa” ; in questo caso la - e - è aperta poiché la vocale seguente, la - a -, è anch'essa aperta (la - a - è sempre aperta).


Cenni sulla fonetica:

L’utilizzo della fonetica, nel suo standard internazionale, consente a chiunque di pronunciare correttamente qualsiasi lingua.
Esempi di termini riolesi con fonetica:

- aitzi [a ‘ittsi]

- fraitzu [fra ‘ittsu]

- Zuanni [dzu ‘anni]


gl

martedì 18 novembre 2014

Toponimi di Riola e dintorni: "S'Abbàdiga" - a cura di Benedetto Sulas


Carta De Candia 1848


"S'ABBADIGA"

"S'Abbàdiga" è il toponimo di una località in territorio di S. Vero, a nord-ovest di Riola.

"Abbàdiga" deriva dal lat. aquatica, orum.

Segue l'esito del nesso lat. qu+voc = b(b), con lenizione della "t".

Significa "luoghi paludosi" (PLIN).




A cura di Benedetto Sulas

domenica 6 aprile 2014

“SA DII DE SA MAIMOA” - “S’INDORAU” - di Benedetto Sulas

Tanto tempo fa, il primo maggio di ogni anno, gruppi di ragazzi invadevano le vie di Riola, portando con sé un cestello di vimini, dentro il quale era stato sistemato un fantoccio di “coragantzu” (it. ingrassabue o fiordoro), vestito con un panno colorato.  Il fantoccio veniva chiamato “Maimoa(1).
I ragazzi bussavano alle porte delle case. A chi apriva dicevano: “s’ora de sa maimoa”; allora venivano loro offerti dei dolci, fichi e uva passa.  
Terminato il giro del paese, si recavano al fiume, a quei tempi chiamato “S’Indorau”, e qui buttavano il fantoccio, recitando una preghiera di origine antichissima:

Maimõi, Maimõi,
bett’abba a su liõi,
bett’abba a s’Indorau,
Maimõi laudau”. (2)

Liõi” era una storpiatura della parola “lori” (cereali).
Il rito, che si ripeteva annualmente, serviva per ingraziarsi una divinità della pioggia: Maimone.


Il nome del fiume “Indorau” fa della invocazione una particolarità riolese.
Anche in molti altri paesi della Sardegna, ma solo nelle annate siccitose, si svolgeva questo rito. La preghiera li univa:

Maimone, Maimone
abba cheret su laore
abba cheret su siccau
Maimone laudau”.

Sulla etimologia del nome “Maimone” (riolese "Maimoa") sono state avanzate diverse ipotesi. Quasi tutte lo fanno derivare dalla radice della parola semitica “maim” (acqua).
Nell’alfabeto ebraico, la lettera “m” [מ] si chiama “mem” (acqua).


Note:

1) "Maimoa" è anche il nome della coccinella in riolese.
2) La preghiera è riportata nella tesi di laurea di Bianca Maria Mocci: "Letteratura religiosa e magico-religiosa a Riola Sardo"


A cura di Benedetto Sulas


sabato 29 marzo 2014

Toponimi di Riola e dintorni: "SA COTTIGHEDDA" e "TRADORI" - a cura di Benedetto Sulas


UN TOPONIMO DI RIOLA: “SA COTIGHEDDA”

A nord di Riola, a qualche decina di metri dal fiume, vicino a Tzirinzosu, è situata SA COTIGHEDDA.
Alcuni si sono chiesti e mi hanno chiesto il significato di questo toponimo.
Cotighedda è diminutivo e deriva dal latino cohors (chors), ortis.
Il suo significato è: luogo chiuso, corte, cortile, (Marziale). Probabilmente era il recinto comunale dove si custodiva il bestiame sequestrato (tenturau).


Sa Cottigheda (ortofoto)



SU NURAGHI DE “TRADORI”

Etimologia della parola "TRADORI":
Tradori e' la forma sincopata del nome bizantino "Trogodorio".
Nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado viene nominato un Trogodorio, arcivescovo di Arborea. Forse tale arcivescovo era in possesso del terreno su cui e' situato il nuraghe.


Nuraghe Tradori




A cura di Benedetto Sulas


mercoledì 12 giugno 2013

Sa "Carta de Logu" furriada ĩ arrioresu

La Carta de Logu costituisce un importante raccolta di norme (civili, penali, rurali) risalente al periodo  giudicale, promulgata da Eleonora D'Arborea sul finire de XIV sec. (si veda anche il sito sardegnacultura)
In questo post proponiamo due capitoli della famosa "Carta", tradotti in riolese da Benedetto Sulas,  presentati in occasione del saggio finale del progetto Simetnica dai partecipanti al corso di lingua sarda-arrioresu.
I due capitoli contemplano le condanne da irrogare nei casi di sequestro con la forza e violenza ai danni di una donna (sposata, promessa o nubile) e nei casi in cui una persona offenda o faccia "i frìccasa" (gesti scaramantici e di dileggio) ad un'altra.

pagina della Carta de Logu

De inchì ‘ndi fùrada cũ sa fortza ũa fèmmia coiada (cap. XXI)

Cheréusu e ordinàusu chi si cuncunu ‘ndi fùrada cũ sa fortza ũa fèmmia coiada o ũ antra fèmmia prumìttia, o violèntada ũa vìrzini, e bèĩdi dimostrau curpèvoli po sa lei, bènzada cundennau a pagai 500 fràncusu po sa fèmmia coiada, e si no pàgada aintru de 15 diisi de sa dii chi esti istéttiu zudicau, ddi ‘ndi sìada segau ũ pei  ĩ manera chi ‘ndi ddu pèrdada.
Po sa bagadia bènzada cundennau a pagai 200 fràncusu, e si cussa esti chentz’e pobiddu, dd’ad’a deppi coiai, si custa cosa dda chèridi sa fèmmia, si no dda coiada, dd’ad’a deppi fai coiai segundu sa conditziõi de sa fèmmia e cussa de s’òmini. Si no ‘nch’arranèssidi a fai custu aintru de 15 diisi de sa dii chi esti istéttiu zudicau, chi ddi ‘ndi sìada segau ũ pei, in manera chi 'ndi ddu pèrdada.
Po sa vìrzini pàghidi a sa matessi manera, e chi no ddu pòidi pagai, ddi ‘ndi bènzada segau ũ pei, comment’éusu nãu prima.


De inchì fàidi i frìccasa ĩ presèntzia de ũ uffitziali nostu (cap. CLIII)

Cheréusu e ordinàusu chi si cuncunu fàidi i frìccasa a ũ antru e ddi nàrada ca esti frabazeri o ddi nàrada cuncũ antru fueddu offensivu ĩ presèntzia de s’uffitziali, inchì adi fattu custas còsasa bènzada cundennau a pagai a sa Corti nosta, po dònnia fueddu, 5 fràncusu.

nota:
frìccasa, fai i frìccasa = chiudere la mano a pugno facendo sporgere il pollice tra l'indice e il medio, come gesto triviale di scherno

Traduzione a cura di B. Sulas - tutti i diritti riservati

domenica 24 febbraio 2013

“PAGU PRUSU A MANCU”: IL NUOVO LIBRO DI BENEDETTO SULAS

Giunge inaspettata, come una bella sorpresa, la pubblicazione del nuovo libro di Benedetto Sulas dal titolo “PAGU PRUSU A MANCU”, edito dall’ EPDO di Oristano.
Il libro nasce dalla passione dell’autore per lo studio della lingua sarda, ed in particolare del dialetto campidanese nella sua variante riolese; passione che già nel 2008 lo aveva portato a pubblicare il volumetto “Brevi cenni sul dialetto di Riola (e di Baratili)”, nel quale sono analizzate le caratteristiche e le particolarità del nostro dialetto (1).

Copertina del libro (2)

La nuova opera costituisce una raccolta eterogenea di testi, tra i quali figurano alcuni studi su toponimi del territorio di Riola (particolarmente interessante lo studio inedito sull'origine del toponimo Perdunghesti-Pardunghesti), curiosità e annotazioni sul dialetto riolese, novelle e racconti.  Un viaggio straordinariamente interessante e piacevole alla (ri)scoperta della lingua, delle tradizioni e della cultura di Riola.

Il libro può essere  richiesto direttamente all’autore.
E’ disponibile, altresì, presso la libreria Copy Creativity/EPDO di Oristano, in via Bellini 11/13/15.


1) Il dialetto riolese, pur seguendo le regole grammaticali del campidanese, per quanto riguarda la fonetica subisce l’influsso del logudorese.
2) In copertina dipinto di Giantore Carta dal titolo "Bĩu nõu"

g.l.

domenica 20 gennaio 2013

Toponimi del territorio di Riola: "Su Marrazeddu" - a cura di Benedetto Sulas



Dal sostrato linguistico sardo ci perviene una parola: “marrarzu”. La radice è  marr-  più il suffisso latino -arius (in riolese  -azu), col significato di “posto roccioso, scoglioso”.
Il diminutivo di questo nome è un toponimo: “SU MARRAZEDDU”, zona della campagna di Riola che è situata non lontana da “Su Anzu” e a qualche centinaia di metri da “Is Ariscas”.

Testo a cura di Benedetto Sulas - Tutti i dirittti riservati

giovedì 13 dicembre 2012

Riola: al via il corso di lingua sarda


                    foto tratta dal blog "Totusimpari"

E’ iniziato lunedì 10 dicembre, presso il Centro Polivalente di Riola, il corso di lingua sarda organizzato dal Comune di Riola Sardo, con il patrocinio dell’Amministrazione provinciale di Oristano e con l’Associazione sportiva dilettantistica Axe’ Sardegna, nell’ambito del progetto Simetnica “Culture a confronto: Sardegna Brasile”, il quale prevede anche un corso di ballo sardo ed uno di musica brasiliana e capoeira.
I partecipanti alla prima lezione sono stati undici su un totale di quindici iscritti.
Tutte le lezioni sono curate da Benedetto Sulas, e per l’intera durata del corso continueranno a svolgersi ogni lunedì, dalle 18,30 alle 19,30, presso il Centro Polivalente in piazza Europa.
Il corso, aperto a tutti, è particolarmente interessante perché affronta lo studio della lingua sarda campidanese in tutti i suoi aspetti grammaticali, senza peraltro trascurare le specificità della variante riolese (s’arrioresu).
Un’occasione per apprendere o migliorare l’uso della lingua sarda sia nello scritto sia nel parlato.
Un corso utile per proseguire l’azione di tutela e difesa del nostro patrimonio linguistico e delle nostre radici che anche questo blog ritiene fondamentale.

g.l.

sabato 6 ottobre 2012

BORICCU SULAS, UN POETA RIOLESE - a cura di Benedetto Sulas


Boriccu Sulas

BORICCU SULAS (Riola Sardo 1925-2003).
Apprezzato autore di poesie in logudorese, Boriccu ha scritto anche qualche poesia in dialetto “arrioresu”. Eccone una composta in occasione della “Sagra delle lumache” di tanti anni fa (1980).


OI ARRIORA…

Oi Arriora ‘ndi tèĩdi de presu
adrinzada comente ũa cappella.
Ze ti nanta sa ‘idda ‘e sa sinzella
ma ze ‘nd’asi cottu po su biddavoresu.

Bai ca asi postu su tiau in mesu
e a s’oru Sant’Anna mia bella.
Chi ti pòinti avotu in sa pazella
ti ‘àinti po pagu ott’e mesu. 

Chi fàidi aderu a benni sa sannora
esti mèllusu chi mèdasa ‘ndi còzzada
ca esti ũ sprabòiu comenti cusìada

Ĩ coranta tiàusu sa carestia,
tant’allà, pròtzada o no pròtzada
trigu fàidi ĩ Arriora.                           


Metro - sonetto

Le rime sono incrociate nelle due quartine 
A
B
B
A
 
Nelle due terzine sono invece in rime invertite
C
D
E
E
D
C

Traduzione:

OGGI RIOLA…

Oggi Riola sei in festosa allegria,
adornata come un altare.
E’ vero che sei famosa per le squisite lumache,
ma è anche vero che ne hai cucinate tante per i turisti.

Forse ci hai messo il diavolo in mezzo,
e da una parte Sant’Anna mia bella.
Se ti mettessero voto nella pagella
ti darebbero almeno otto e mezzo.

Se, come hanno detto, viene la signora (cuoca)
è meglio che ne cucini molte,
perché cucina in modo meraviglioso.

In quaranta diavoli la carestia;
tanto, sappiamo che, piova o non piova,
a Riola cresce il grano.

Note a “OI ARRIORA…”

1 - Presu = Allegria (dal cat. presar)
2 – Adrinzada = Adornata (dal lat. ordiniare)
3 – Ze = Già
4 – A s’oru = Sull’orlo, da una parte
5 – Chi = Se (preposizione condizionale; è una caratteristica del campidanese)
6 – ‘Àinti = Danno (Zàinti, con l’aferesi diventa ‘Àinti)
7 – Mèdasa = Molte (lat. meta)
8 – Sprabòiu = Meraviglia
9 - Ĩ coranta tiàusu = In quaranta diavoli.
Espressione riolese per dire “va al diavolo”.
Il numero “40” aveva potere magico-religioso. Il diluvio universale durò quaranta giorni e quaranta notti; Mosè restò con Dio, sul Sinai per quaranta giorni e quaranta notti; Israele dimorò nel deserto per quarant’anni; Elia camminò per quaranta giorni e quaranta notti, per arrivare al monte Oreb e Cristo digiunò nel deserto quaranta giorni e quaranta notti, tentato dal diavolo.

Su tiau”, il diavolo, e “Sant’Anna mia bella” sono espressioni tipiche riolesi. Anche “Ita tiau”, che diavolo, è un intercalare usatissimo a Riola. “Sant’Anna mia bella” si usava e si usa tuttora da parte delle persone di una certa età come invocazione di aiuto.
S. Anna è compatrona di Riola. 


Testo a cura di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati

sabato 11 agosto 2012

“I RIOLESI E LA VERNACCIA” di Benedetto Sulas

grappoli di uva Vernaccia

Nell’opera La Sardegna paese per paese, scritta dall’Angius e curata dal Casalis, si parla anche di Riola, com’era a metà dell’Ottocento. 
Dopo aver descritto la posizione geografica, il clima (malsano), e il territorio, l’autore lamenta la mancanza di fonti di acqua potabile in territorio di Riola e dice testualmente:
… e gli abitanti devon bevere, quando viene agli uomini la rara voglia di bevere acqua da un pozzo, detto di S. Quirico, perché prossimo all’antica, oggidì rovinata, chiesa di S. Quirico”. 
L’Angius dice “quando viene agli uomini la rara voglia di bevere acqua”. Se ne deduce che di questo liquido ne bevevano poco.
Se continuiamo a leggere, l’autore dice:
Il vigneto è assai vasto… la vendemmia copiosa e il mosto buono. La vernaccia è il vino che bevesi comunemente e in abbondanza. È un supplemento dell’acqua”. 
Quindi si beveva più vernaccia che acqua; questo dice l’Angius. Tuttavia anche se grandi bevitori “i Riolesi sono gente laboriosa e tranquilla, ma poco industriosi”, continua lo scrittore. 
Sicuramente la vernaccia era buona. Probabilmente però, lo era anche il vino nero (rosso), se un altro autore, però dei nostri giorni, Sergio Atzeni, precocemente scomparso, nel suo libro intriso di poesia “Passavamo sulla terra leggeri”, parla di vino rosso di Riola di ottanta e di cent’anni. 


Tratto dal libro “Brevi cenni sul dialetto di Riola (e di Baratili)” di Benedetto Sulas - Edizione “S’Alvure” 2008 - Tutti i diritti riservati. 



sabato 19 maggio 2012

"ERA DI RIOLA LA LAVANDAIA DI SÜSKIND ?" - di Benedetto Sulas

Tantissimi anni fa veniva a casa, in compagnia di una nipote, per recitare il rosario con mia mamma, una signora vecchissima, quasi centenaria: tzia Zuseppa.
Finite le cinque poste del rosario l’anziana donna si intratteneva ancora per qualche ora per rievocare i ricordi a volte felici, a volte dolorosi della sua lunga esistenza.
Per me che ascoltavo attentamente, erano storie affascinanti.
Un giorno, parlando della propria famiglia, disse che una zia di sua nonna aveva lavorato come donna di servizio presso l’arcivescovado di Oristano, essendo arcivescovo Mons. Del Carretto (*), persona eccellente come tutti gli arcivescovi.
In questo periodo, secondo quanto era stato raccontato a tzia Zuseppa da questa sua parente, una famiglia poverissima di Riola, versando in condizioni miserevoli, aveva chiesto aiuto all’arcivescovo.
L’alto prelato, informatosi bene sulla reale condizione della famiglia, prese a cuore il caso e s’impegnò per trovarle una sistemazione onorevole. Dopo aver ben riflettuto, propose al capofamiglia di emigrare in Francia, dove c’era del lavoro sicuro e ben retribuito.
L’uomo non vedendo altre alternative accettò la proposta e, un giorno, partì per il paese straniero lui, sua moglie e i tre figli ancora piccoli: due maschietti non ancora adolescenti e una femminuccia di due anni.
Prima che partissero, l’arcivescovo diede loro una piccola somma di denaro per il viaggio e per le prime necessità e una lettera di raccomandazione da consegnare al vescovo della diocesi del paese dove erano diretti.
Tzia Zuseppa, ripetendo quanto le aveva confidato la serva di Monsignore, diceva che la località era vicina a Nizza, ma non ne ricordava il nome.
La famigliola era riuscita a trovare alloggio in una casupola di campagna e il capofamiglia aveva trovato lavoro come raccoglitore di erbe aromatiche che poi avrebbe venduto a una fabbrica di profumi. In questo lavoro veniva aiutato anche dai due figli maschi, sebbene ancora piccoli.
La moglie lavorava da domestica presso una famiglia benestante e portava con sé la piccola.


Questa triste storia mi tornò alla mente qualche tempo fa, mentre leggevo quello strano libro di Patrick SüskindIL PROFUMO”.
Con un senso di raccapriccio lessi: “Di nuovo le vittime erano fanciulle bellissime, di nuovo appartenevano a quel tipo melanconico dai capelli neri, di nuovo furono trovate in campi di fiori nude e coi capelli tagliati, con una ferita da botto sotto la nuca. Di nuovo non c’era traccia del colpevole.
E ancora: “Pochi giorni dopo il duplice omicidio, si trovò ancora il cadavere di una fanciulla, conciato come i precedenti. Questa volta si trattava di una lavandaia sarda del palazzo vescovile, che era stata uccisa vicino al grande bacino d’acqua della Fontaine de la Foux, dunque proprio davanti alla città.
Lessi e rilessi tutte le parti del libro dove si parlava dei molteplici omicidi. Non vi era il nome, tantomeno il paese d’origine delle vittime.
Ma il fatto che la lavandaia trafficasse nel palazzo vescovile, che fosse stata uccisa nel 1764, che il padre lavorasse nel campo delle erbe aromatiche ed abitasse a Grasse, città non lontana da Nizza, non potevano essere pura casualità.
Tutto concorreva a far affermare che la bellissima ragazza uccisa dal J. B. Grenouille fosse la bambina di un tempo, partita da Riola all’età di due anni, assieme alla famiglia.
Ho fatto delle ricerche per sapere quale fosse il suo nome e quale il suo cognome. Nessuno ricorda niente. Solo due persone anziane hanno detto di aver sentito da gente ancora più anziana, ormai morta, che una famiglia, in tempi lontanissimi era partita per la Francia in cerca di fortuna. Nessuno ricordava altro.

Note:
(*) MONS. DEL CARRETTO (1746 - 1772)

Testo di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati

mercoledì 25 aprile 2012

Toponimi del territorio di Riola: “ARISCAS” - a cura di Benedetto Sulas


Is Ariscas

Quasi tutti, a Riola conoscono quella zona campestre, situata a nord-ovest del paese, sulla stessa linea che accomuna “Su Anzu”, “Perdunghesti” e “Su Boscu de su sordau”: IS ARISCAS
Anche questo posto, come gli altri tre, è importantissimo nella storia di Riola Sardo. Qui infatti sono stati trovati reperti punici e attici. 
A noi però interessa interpretare il significato del toponimo.  “Arisco” (al singolare) è un aggettivo spagnolo che ha anche il significato di “impervio”.
Essendo un aggettivo, "Ariscas", presuppone un sostantivo, forse “terras” o “tierras” (in spagnolo). 
Il significato di “Is Ariscas” dovrebbe quindi essere: “le (terre) impervie”. Col tempo è scomparso il sostantivo “terras”o “tierras”.

Testo a cura di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati

mercoledì 21 dicembre 2011

Il “CREU” in dialetto riolese – a cura di Benedetto Sulas



"Creu ĩ ũ solu Déusu..."

Mia nonna paterna, pur non frequentando quotidianamente la chiesa, era tuttavia molto devota e ogni giorno recitava in dialetto le preghiere.
Tra queste anche il simbolo del credo, come si recitava allora, senza il “filioque”:

Creu ĩ ũ solu Déusu,
babbu tottu poderosu, criadori de su sellu e de sa terra.
ĩ Zesu Cristu fillu suu ùnicu, Sannori nostu.
Su cali est istéttiu cunsebiu po opera de su Spìridu santu e esti nàssiu de Maria Vìrzini.
Adi patiu bassu su poderi de Pòntziu Pilatu.
Esti istéttiu crutzificau, mottu e sepurtau.
Esti cabau a s’inferru,
sa tertza dii esti arresussitau de intr’e i mòttusu.
Esti artziau a su sellu, innui esti sétziu a sa mãu daretta de su Déusu babbu nostu poderosu.
De innì adi a benni a zudicai i bìusu e i mòttusu.
Creu ĩ su Spìridu santu, sa Santa Crésia cattólica
sa Comuniõi de i sàntusu, su pedrõu de is peccàusu,
sa resurretzĩoi de sa carri, sa vida eterna
Amin Zesu


Testo a cura di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati

venerdì 9 dicembre 2011

Annotazioni sul dialetto Riolese: “ASTRONOMIA” a cura di Benedetto Sulas

Antica carta astronomica illustrata (Pleiadi Taurus)


"S'arròia e sa palla" e "Su trõi de s’àghia"

Tutti i popoli, nei tempi antichi, osservavano il cielo, sia per motivi spirituali, sia per motivi pratici di orientamento. 
Diedero nome a pianeti, stelle, costellazioni e galassie, liberando la propria fantasia nell’attribuire questi nomi. 
 I Sardi non fecero eccezione. Nelle diverse varianti della loro lingua diedero spazio all’immaginazione. 
Nel dialetto riolese, la Via Lattea viene chiamata “S’arròia ‘e sa palla(il rigagnolo di paglia), mentre le Pleiadi (nelle quali i Testimoni di Geova, fino a non molto tempo fa situavano il trono fisico di Dio) venivano chiamate “Su trõi de s’àghia”, il grappolo d’uva.

Testo a cura di Benedetto Sulas 

sabato 19 novembre 2011

SABÒRISI ANTÌGUSU IN RIMA




Ita si pàppada in famìllia ?
Ũ bellu prattu de antìllia.
A ca pòttada fortũa
dinãi meda a dònnia fin’e lũa.
No ammàncada su ghisau
impari a pãi affittau.
Òusu cũ chibudda
e isbudiasa s’ampudda.
Pischi frittu manĩu
e ũ antra tassa ‘e bĩu.
Sa minestra cũ tammatigasa esti saboria,
chi no ndi pappu ũ prattu ndi  fatzu ũa mabadia.
Su pedrinzãu a bànnia no dd’arrossu mai
esti troppu bellu a ‘ndi pappai.
I drùcchisi cũ su luccori
'ndi pìganta su mallumori.
Sa crannatza ‘e Arriora esti bella a buffai
ma esti perigulosu po no s’imbriagai.
A tòttusu salludàusu
e bõu appetitu auguràusu.

(di B. Sulas e G. Linzas)

domenica 16 ottobre 2011

Tradizioni religiose: “Laudéusu a prusu a prusu…” - a cura di Benedetto Sulas


foto d'epoca: processione in via Roma

"Laudéusu a prusu a prusu..."

Tanti anni fa, a Riola, la processione (Sa brufassõi) in onore dei Santi o della Madonna, procedeva su due file di gente. 
Si cantava il rosario (s’arrosàriu) in sardo. La prima parte dell’Ave Maria (Deus ti salvi Maria…) veniva cantata da una fila; la seconda parte (Santa Maria…), dall’altra. 
Ad ogni posta di rosario, prima del Padre nostro (su Babbu nostu), da una fila veniva intonata questa preghiera: 

Laudéusu a prusu a prusu,
su nómini de Maria e de Zesusu,
su nómini de Maria e de Zesusu.


Rispondeva, sempre col canto, l’altra fila:

Laudau sémpiri sìada,
su nómini de Zesusu e de Maria,
su nómini de Zesusu e de Maria.




Questa la traduzione:

Lodiamo sempre di più
il nome di Maria e di Gesù,
il nome di Maria e di Gesù.

Lodato sempre sia
il nome di Gesù e di Maria,
il nome di Gesù e di Maria.

Note: 
 "brufassõi" deriva dal catalano "professò" (processione).


Testo a cura di Benedetto Sulas – Tutti i diritti riservati


lunedì 3 ottobre 2011

Antica preghiera Riolese: "Teĩ teĩ, fogu..." - a cura di Benedetto Sulas



"Teĩ teĩ, fogu..."

Anticamente a Riola, quasi tutti i momenti più importanti della giornata venivano scanditi con invocazioni a Dio, alla Madonna e ai Santi. 
Nei freddi mattini invernali, appena acceso il fuoco, si recitava questa breve preghiera: 

Teĩ teĩ, fogu santu teĩ,
fogh’e santu Tòmmasa
teĩ trùnkusu e còmmasa



Traduzione:
Brucia brucia, fuoco santo brucia,
fuoco di San Tommaso,
brucia tronchi e chiome


Fonetica:
[´tęĩ ´đęĩ] [´fọgu ´zantu] [´đęĩ]
[´fọgẹ ´zantu] [´đommaza] 

[´tęĩ] [´đrunkuzu] [ę] [´kommaza]


Testo a cura di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati  

domenica 12 giugno 2011

Il dialetto riolese: "Su fillu spedritziau"

Traduzione in dialetto riolese della parabola di Gesu “Il figliol prodigo” (Luca 15,11-32)
a cura di Benedetto Sulas


(figliol prodigo - A. Durer)

Ũ  òmini tenìada du fìllusu. Su fillu pittiu adi nãu a su babbu: Babbu, zaimì sa patti de su bẽi chi mi tòccada. E issu ddis adi divìdiu is còsasa.
Appùstisi de ũa parigh’e diisi, su fillu pittiu, arragottu tottu, ch’esti andau a ũa bidda attesu e innì adi spédriu su bẽi bivendi chentz’e frẽu panù̃.
Candu ch’ìada ispèndiu tottu esti arribbada ũa caristia manna mẽ ĩ cussa bidda e issu adi incumintzau a essi ĩ s’abbisonzu.
Issàrasa esti andau a fai su tzaraccu de ũ òmini de cussu logu, chi dd’adi mandau ĩ campànnia a paschi pròccusu.
Si cherìada satzai cũ sa carrubba chi pappànta is pròccusu, ma no ‘ndi ddi zadia nèmusu.
Issàrasa esti torrau ĩ sei e adi nãu: Cantu tzaràccusu de babbu tèinti pãi ĩ abbundàntzia e invètzisi deu innoga seu morendi de fàmini! Mi nd’app’a pesai e app’a andai a innui esti babbu e dd’app’a nãi: O babbu appu peccau contr’a su sellu e contr’a tia, no seu pru dìnniu de essi tzerriau fillu tuu. Trattamì comment’e ũ tzaraccu cosa tua.
Esti partiu e s’esti agghiau a innui fìada su babbu.  Candu fìada ancora attesu, su babbu dd’adi biu arribendi, nd’adi tentu làstima e esti curtu a dd’attoppai, dd’adi impressau e dd’adi basau.
Su fillu dd’adi nãu: Babbu, appu peccau contr’a su sellu e contr’a tia, no seu pru dìnniu de essi tzerriau fillu tuu. Ma su babbu adi nãu a i tzaràccusu: Ajò moveisìdda, bettei sa tenuta  pru bella e besteideddu, poneideddi s’aneddu ĩ su póddighi e poneideddi is crappìttasa. Bettei su vittellu pru grassu, boccheideddu, pappàusu e fadeu festa, ca puita custu fillu miu fia mottu e esti torrau ĩ vida, si fia pédriu e dd’éusu agattau.
E anti incummintzau a fai festa.
Su fillu mannu fìada ĩ campànnia. Candu fia torrendi e fìada accant’e ‘omu, adi intèndiu i sõusu e i bàllusu: adi tzerriau ũ tzaraccu e dd’adi pragontau itta fìada tottu cussa festa. Su tzaraccu dd’adi nãu: Esti torrau frai tuu e babbu tuu adi fattu bocchì su vitellu pru grassu, ca puita esti torrau sãu e chentz’e tenni dannu. Issu s’esti arrannegau e no cherìada intrai.
Su babbu, issàrasa, esti bessiu a ddu pregai. Ma issu adi arraspostu a su babbu: Alla, deu t’appu fattu su tzaraccu ũ muntõi de ànnusu e t’appu sémpiri post’ĩ menti e tui no m’asi mai zau ũ crabittu po fai festa cũ is ammigu mìusu. Ma immõi ca esti torrau custu fillu tuu, chi si ‘nch’esti pappau su bẽi cũ i bagàssasa, po issu asi bocchiu su vitellu pru grassu.
Dd’adi arraspostu su babbu: Fillu, tui sesi sémpiri cũ immi e tottu su chi tenzu esti de tei; ma tòccada a fai festa e essi allìrgusu, ca puita custu fradi tuu fiada mottu e esti torrau ĩ vida, si fìada pédriu e dd’éusu agattau.

NOTE
- Sono presenti aferesi, sincopi e apocopi.
- Si usa “fradi” o “frai”.
- Non ho trovato in Riolese un eufemismo per tradurre “prostitute”; qualcuno usa “femmiasa màbasa”, ma la parafrasi è ambigua. Per questo ho usato il termine proprio “bagàssasa”.

Traduzione a cura di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati

martedì 24 maggio 2011

"SA BINZA DE NABOT "

Traduzione in riolese del brano biblico “La vigna di Nabot” 
tratto dal primo libro dei Re: cap. 21 vv. 1-16 
(Bibbia versione ufficiale CEI)

A cura di Benedetto Sulas


Nabot de Izreel tenìada ũa binza accanta de su poàtziu de Acab, rei de Samaria.  Acab adi nãu a Nabot:
Zaimì sa binza tua; sigomenti esti accanta de domu mia, cheriu ponni ũ ottu. In càmbiu t’app’a zai ũa binza pru bella; chi no ti dd’app’a pagai su prétziu chi bàllidi.
Nabot adi arraspostu a Acab:  Chi su Sannori mi ‘ndi liberidi de ti zai s’eredidadi de i babbu mìusu.
Acab si ‘nch’esti andau a domu dispràghiu e tristi po i fuèddusu chi ‘ia nãu Nabot de Izreel: “No t’app’a zai s’eredidadi de i babbu mìusu”.
S’esti croccau ĩ su lettu, s’esti zirau facch’a muru e no adi créffiu pappai.




Esti intrada a innui fìada croccau sa ‘obidda Zezabelli e dd’adi pragontau: “Puita esti tristi aitzi su spìridu tuu e puita no chèrisi pappai ?
Dd’adi arraspostu: “Ca puita appu nãu a Nabot de Izreel: bendimì sa ‘inza tua o, chi ti praghi de prusu, ti zau ũ antra binza, e issu m’adi arraspostu: no app’a zai sa binza mia!
Issàrasa sa pobidda sua, Zezabelli, dd’adi nãu: “No sesi tui su rei de Israelli? Pesadindi, pappa e s’allìrghidi su coru tuu, ti dd’app’a zai deu sa binza de Nabot de Izreel.
Issa adi iscrittu littarasa cũ su nòmini de Acab, ddas adi sizillàdasa cũ su sizillu suu, accoa ddas adi ispedìasa a is antziànusu e a is cumandàntisi chi bivìanta mẽ ĩ sa tzittadi de Nabot.
Mẽ ĩ littarasa adi iscrittu: “Avvertei sa zenti ca ddu esti  ũ zaunzu (*) e fadei setzi a Nabot mẽ ĩ sa primu nera, ĩ mesu de su pópulu. De fronti a issu fadei setzi dus ominisi de intrànnia màbasa, chi dd’incrùppinti nendi: Asi frastimau a Déusu e a su rei! Accoa pottaincheddu a fòrasa e boccheideddu  a cròppusu de pedra.
Is ominisi de sa tzittadi de Nabot, is anziànusu e is cumandàntisi chi bivìanta mẽ ĩ sa tzittadi sua anti fattu commenti ddis ‘iada cumandau Zezabelli, commenti fìada iscrittu mẽ ĩ littarasa chi ddis ‘ìada mandau.
Anti avvértiu sa zenti ca ddui fiada ũ zaunzu e anti fattu setzi a Nabot ĩ sa primu nera ĩ mesu de su pópulu. Funti benniusu dus ominisi de intrànnia màbasa e si funti setziusu de fronti a issu. Cùstusu anti incruppau a Nabot nendi: “Nabot adi frastimau a Déusu e a su rei.
Chi dd’anti bogau a fòrasa de sa tzittadi e dd’anti mottu a cròppusu de pedra. Appùstisi  anti mandau cummassiõi a Zezabelli: “Nabot esti istéttiu bocchiu a cròppusu de pedra.
Candu adi intèndiu ca Nabot fìa mottu, adi nãu a Acab: “Ajò tui!  Poĩdì meri de sa ‘inza de Nabot de Izreel, chi sì fìada arriffiuttau de ti dda bendi, ca puita Nabot esti mottu.
Candu adi inténdiu ca Nabot fiada mottu, Acab si nd’esti pesau po andai a sa binza de Nabot e si ‘ndi ponni meri.

Note alla traduzione

(*) Zaunzu – digiuno
A Riola si dice “zaunzu”, ma se si vuole dire “a digiuno” si dice “a sa zaũa”.

Traduzione di Benedetto Sulas - Tutti i diritti riservati.

domenica 10 aprile 2011

"PERDUNGHESTI" - Studio di B.Sulas sull'origine del toponimo: il terreno o la pianura dell'impresa militare

Che l'apporto della toponomastica sia indispensabile nella ricostruzione del profilo storico-archeologico di un territorio è cosa da tempo riconosciuta.
Il toponimo è il nome di un luogo. Un nome che questo luogo ha avuto in un determinato momento della sua storia e che di questo luogo esprime una qualche cosa: l'esistenza in passato di un bosco o di una palude, la casa di una famiglia o la proprietà di una persona, una certa attività che vi si svolgeva, ecc.
Il toponimo, quindi, assume un significato storico di grande importanza poiché può fornire delle informazioni preziose, quasi uniche, non individuabili nei documenti.
Si tratta di importanti reperti linguistici - con lo stesso valore dei reperti archeologici - di grande utilità per chi vuole ricostruire la storia di quel luogo o individuare qualche suo elemento essenziale.
Dopo aver pubblicato gli “Appunti sulla battaglia di Perdunghesti” di Giuseppe Mocci (*), proponiamo un importante studio inedito sull’origine del toponimo “Perdunghesti o Pardunghesti” a cura di Benedetto Sulas.  Uno studio che - considerate le  conclusioni cui giunge  -  avvalora l’ipotesi che la battaglia dei sardo-punici contro i romani,  nota come la "Battaglia di Cornus" (215 a.C), possa essersi svolta effettivamente in territorio Riolese.


estratto mappa - loc. Perdunghesti (clicca per ingrandire)


IPOTESI SULL'ORIGINE DEL TOPONIMO "PERDUNGHESTI - PARDUNGHESTI"  
di Benedetto Sulas



“PERDUNGHESTI”


PERDUN  da                   PRAEDIUM  (lat. Praedium –ii = Terreno)

PRAEDIUM GHESTI

Metatesi  PRAE   à PAER;  caduta della  - i à PAERDUM; passaggio m à n
à PAERDUN


GHESTI da                       GESTI   lat. Gestum-i = Impresa (militare)
g  ha suono velare [g]

QUINDI

PERDUN GHESTI = Il terreno dell’impresa (militare)


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“PARDUNGHESTI”

PARDUN da                       PRATUM (lat. Pratum-i = Pianura)

PRADUM GHESTI

La sonorizzazione della T.

PARDUN

Metatesi PRA à PAR ;  passaggio m à n

QUINDI

PARDUN GHESTI = La pianura dell’impresa (militare)


Studio inedito di Benedetto Sulas