martedì 8 marzo 2011

SU PALLOSU, spiaggia preferita dai Riolesi. Il villaggio di capanne.




La presenza delle capanne di falasco a Su Pallosu, come in molte altre spiagge e località del Sinis (Su Siccu, San Giovanni di Sinis, Mari Mottu, Is Aruttas, Su Portu e Suedda, Putzu Idu), affonda le proprie radici in epoche remote; tuttavia, la loro costruzione ebbe un notevole sviluppo nel secolo scorso, a partire dagli anni Cinquanta.
In particolare nel dopoguerra, con il progressivo miglioramento delle condizioni di vita, Su Pallosu -  già importante località per la pesca del tonno e delle aragoste - divenne una meta sempre più frequentata a scopo balneare. Durante il periodo estivo, numerose famiglie raggiungevano il mare con i mezzi più diversi, alcune delle quali ancora “a carretta e cuaddu”, proprio come nei primi decenni del ‘900 (1).

-  famiglia riolese  a Su Pallosu anni '30  (fam. Sechi) 
- gita al mare negli anni '30 

Alle "barraccas" dei pescatori, utilizzate anche come ricovero di attrezzi, si affiancarono nel corso degli anni numerose capanne (2), casotti in legno e piccole abitazioni in muratura, realizzate principalmente da Riolesi (3), Baratilesi e Oristanesi, allo scopo di trascorrere al mare una lunga villeggiatura estiva.
La massima concentrazione si raggiunse negli anni Settanta: le capanne, quasi tutte costruite su area demaniale, erano circa duecento, disposte su più file non sempre perfettamente allineate. Si estendevano dalla vecchia Tonnara (la prima "barracca" apparteneva a Tziu Davìdi Atzori di Riola) fino alla spiaggia di “Sa Marigosa”, zona conosciuta  anche come “is palla' manìasa” per la presenza di grandi accumuli di posidonia depositati dalle mareggiate.

Le capanne tradizionali  (i barràccasa)  erano dei manufatti costruiti con grande maestria, frutto di una antica tradizione. La struttura portante era realizzata con pali di legno, rinforzata con ulteriori piantoni di sostegno sui quali venivano fissati i reticoli di canne che fungevano da supporto per il successivo rivestimento con il falasco, un'erba palustre conosciuta con il nome sardo di  “cruccuri” o, in dialetto riolese, “saura.
Lo spazio interno era suddiviso in una zona giorno, destinata alla cucina e alla vita in comune, e una zona notte, posta sul retro, con una o due camerette di pochi metri quadrati, separate da pareti di legno (o di canne) e chiuse da semplici tendine.
All'esterno, la maggior parte delle capanne era dotata di una tettoia in canne (s’umbragu) e, sul retro, di un piccolo cortile recintato dov'era realizzato il  bagno.
Non essendo fornite di energia elettrica, per l’illuminazione notturna venivano utilizzate  le lampade a carburo - “sa zentillena” - o, più tardi, le lampade a gas.
Nonostante gli spazi ridotti (dai 35 ai 50 mq), soprattutto per le famiglie più numerose,  la vita all’interno risultava comunque confortevole: le capanne infatti erano molto fresche nelle giornate più calde e mantenevano una temperatura costante.

fotografie fine anni '50 primi anni '60: 
in alto  foto famiglia Pisu di Riola e compagnia; in basso  foto  tzia Grazia Salaris .

La vita del villaggio, nelle lunghe estati degli anni Sessanta e Settanta, era festosa e piena di entusiasmo. Molte famiglie, già dal mese di giugno, alla chiusura delle scuole, si trasferivano al mare per trascorrervi due-tre mesi di vacanza. Si creava così una nuova vita comunitaria, con la nascita di amicizie e rapporti di vicinato.
Nelle lunghe giornate assolate e la sera, dopo cena, i momenti d’incontro e di svago erano numerosi. Seduti sotto le tettoie, “a su friscu”, ci si intratteneva in lunghe conversazioni oppure si giocava a carte; il vino, la vernaccia e i dolci non mancavano mai.
Non di rado si organizzavano serate musicali e di ballo con suonatori locali, sia tra le capanne sia nell’ampia distesa bianca della salina,  prosciugata durante l'estate. Ricordo anche una serata di ferragosto con balli sardi  nel cortile interno dell’hotel Su Pallosu.
Il pane e alcuni generi di prima necessità si acquistavano ogni giorno nel piccolo negozio di signora Irene, mentre per l’approvvigionamento dell'acqua ci si recava in paese due o tre volte la settimana.


  cartolina Su Pallosu - anni '70

Nel villaggio, tra le capanne e sulla spiaggia, non mancavano mai torme di ragazzini con la pelle bruciata dal sole, intenti a giocare a “nascondino” o a fare il bagno.
Anch'io, che ho vissuto quelle estati, ricordo come si trascorressero ore intere in acqua, uscendo solo per asciugarsi e mangiare un panino, oppure per andare a prendere un gelato da Tziu Maureddu al bar dell’Hotel. Negli anni Settanta, già anziano, lo si vedeva quasi  sempre seduto nella veranda dell’albergo, intento a fumare  il suo mezzo toscano.
Spesso andavamo a pescare nelle zone rocciose - is arròccasa - di Punta Tonnara. Nelle pozze d’acqua tra le rocce pescavamo pesciolini - ghiozzi (mazzoisi), bavose e roccaletti - utilizzando una piccola lenza legata all’estremità di un pezzo grosso di filo di ferro. E al termine della pesca non mancava mai il  bagno nelle "piscine", dove il divertimento principale  era  tuffarsi in acqua dalle rocce.
Tra gli altri passatempi c'erano le discese a pancia in giù sui ripidi pendii sabbiosi di fronte alle ville Espis e Puddu, i giochi tra le cosiddette “palla' manìasa”, le interminabili partitelle di calcio in spiaggia o nella salina, le gare di corsa e di salto. Per noi ragazzi, Su Pallosu era davvere un paradiso: un luogo magico, fuori dal tempo.

Le prime demolizioni delle abitazioni abusive di Su Pallosu - soprattutto di quelle in muratura e dei casotti - furono eseguite tra il 1973 e il 1974. Contestualmente, un certo numero di capanne in falasco venne posto sotto sequestro e i proprietari denunciati per gli abusi realizzati; il dissequestro arrivò nell'agosto del 1974, a seguito di ricorso, con l'affidamento dei manufatti in custodia giudiziaria agli stessi proprietari.
Negli anni successivi vi fu una ripresa in grande stile della costruzioni di capanne, che raggiunsero la massima concentrazione alla fine degli anni Settanta.  
Nel 1980, dopo anni di lungaggini burocratiche,  ricorsi e incertezze amministrative, e pur riconoscendo il valore culturale dei manufatti e la loro perfetta integrazione nel paesaggio, il Comune di San Vero Milis emanò l’ordinanza di demolizione, eseguita con grandi difficoltà per l’opposizione dei proprietari tra il 22 e il 24 settembre. 
Soltanto alcune capanne di falasco caratteristiche furono risparmiate, con l’intenzione - rimasta poi tale - di destinarle a  servizi pubblici (uffici turistici, servizi igienici, ecc.). Tuttavia,  buona parte di queste capanne,  pochi giorni dopo,  furono rase al suolo dal fuoco; quasi certamente gli incendi furono di natura dolosa.

veduta aerea di Su Pallosu-Punta Tonnara

Si chiuse così, nel modo più drastico, un’epoca: quella del villaggio di Su Pallosu e delle caratteristiche “barràcasa”. La bonifica integrale dei luoghi, peraltro, a più di trent'anni di distanza, non è stata mai completata. In alcuni tratti di spiaggia e persino in acqua - complice l’avanzata del mare per l’erosione - sono ancora presenti materiali residui delle demolizioni: blocchetti, tubi di cemento, ecc.
Le pochissime capanne risparmiate rimasero in piedi fino a metà degli anni Novanta, quando furono definitivamente abbattute a seguito dell’emanazione di una nuova ordinanza di demolizione.

Testo di Gilberto Linzas


NOTE:
1)  Il Commendatore Virginio Sias, nel libro “Memorie di Riola Baratili e Nurachi", ricorda che negli anni ’20:  “le famiglie più abbienti durante la stagione balneare vivevano in ampie baracche ben costruite con erbe palustri (biodo e falasco) che reggevano bene al caldo di giorno e all’umidità di notte; gli altri numerosi bagnanti si sistemavano alla meglio presso i carri con i quali erano giunti, attrezzandoli con coperte, lenzuola e stuoie, che offrivano un idoneo riparo”; 
“le strade che conducevano al mare erano impraticabili, mio padre in carrozzino per percorrere il tratto Riola-Su Pallosu (16 Km allora, a causa del cammino tortuoso) impiegava la bellezza di tre ore e mezzo”.

Giovanni Piras (classe 1913) nel suo libro di memorie "Fatti e Misfatti di Riola Sardo" ricorda che a Su Pallosu "gran parte dei riolesi andavano a trascorrere le vacanze estive, cercando un pochino di refrigerio e di riposo dopo l'estenuante e faticoso lavoro della mietitura e della trebbiatura, vacanze che passavano in buona armonia fra loro con canti e danze sulla sabbia, godendosi ogni tanto la frescura di un bel bagno, che all'epoca venifa fatto in due siti diversi: in uno le donne e nell'altro, a distanza di quasi un chilometro, gli uomini."

2)  Le  capanne realizzate a Su Pallosu – come ricorda Claudio A. Zoncu nel libro “Zenti Arrioresa" - erano di due tipi:  una costruita  per durare nel tempo,   mentre l’altro tipo – meno impegnativa - veniva realizzata all’inizio della stagione estiva per poi essere disfatta a Settembre, recuperando gran parte del materiale utilizzato (legname e canne) e bruciando il falasco.

3) Su Pallosu tradizionalmente è riconosciuta dai Riolesi come la propria spiaggia.  Secondo i racconti tramandati di generazione in generazione  Su Pallosu avrebbe fatto parte del territorio di Riola e, a seguito di vicissitudini mai chiarite in modo definitivo,  sarebbe passato alla giurisdizione di  San Vero Milis (intorno alla fine del  1700).
La competenza amministrativa sulla marina Sanverese, peraltro, è  stata per lungo tempo oggetto di una forte rivalità tra i due comuni di Riola e San Vero. 


Altre notizie (storie, personaggi, avvenimenti) e iniziative riguardanti il piccolo borgo di Su Pallosu sono pubblicate nel  Blog Su Pallosu. 

7 commenti:

  1. Ciao! La foto a sinistra in alto: famiglia riolese a Su Pallosu Anni '30 (tratta dal libro "Zenti Arrioresa" di Claudio A. Zoncu )è quella di mio nonno! Se vuoi puoi aggiungere il cognome: Sechi, lui è quello che versa il vino e faceva con le sue mani capanna e stuoie per dormire; poi ci sono le sorelle, il marito di una di queste e una signora che lavorava da loro..a quanto sento raccontare dai miei però dovrebbero essere a Putzu Idu sul primo tratto di spiaggia dove oggi c'è il bar, partivano con il carretto e restavano al mare per tutto il mese d'agosto, bellissimo!!!

    RispondiElimina
  2. Grazie Barbara. quello che racconti è molto interessante. Aggiungo subito il nome della famiglia. Ciao

    RispondiElimina
  3. Ciao a tutti!
    che emozione ragazzi....nella foto di gruppo davanti le capanne ci sono mia madre, mio padre ed i miei zii là dove ho trascorso i primi anni della mia infanzia....e nella cartolina subito dopo, in alto a sinistra è mia sorella Anna!!!!
    Questo sito è fantstico!!!!

    Keep posting!!!!

    Gigliola Pisu

    RispondiElimina
    Risposte
    1. anche io leggendo i racconti sono tornato indietro nel tempo. hO RICORDATO QUEI BELLISSIMI MOMENTI. iL LIBRO E FANTASTICO BRAVO GILBERTO

      Elimina
    2. Grazie sei molto gentile. Secondo me tutti i riolesi che hanno vissuto quelle belle stagioni, soprattutto chi le ha vissute da bambino, non può non avere un po' di nostalgia di Su Pallosu e delle sue capanne.

      Elimina